Di Duilio Scalici
Che dire di Bugonia? Ogni volta che Yorgos Lanthimos torna in sala, scatta in me un riflesso pavloviano: devo correre a vederlo, certo che non mi deluderà. E, come sempre, anche stavolta non sbaglia il colpo. Alcuni suoi film possono colpire più di altri, certo, ma la sua poetica rimane cristallina, fedele a se stessa, imperturbabile. Bugonia ne è l’ennesima prova.
È un film esilarante, una commedia nera che si diverte a farsi beffe dello spettatore. Difficile incasellarlo davvero nel genere sci-fi: il futuro fa solo da cornice, mentre al centro c’è un’umanità bizzarra, contraddittoria, piena di ombre e di assurdità. I due protagonisti, un duo di bifolchi tanto improbabili quanto irresistibili, vivono di un’ambiguità talmente grottesca da risultare affascinante. Gli interpreti li incarnano in modo magistrale, con un equilibrio perfetto tra surreale e credibile.
E poi c’è lei, Emma Stone, che continua a muoversi un passo avanti a tutti, come se Lanthimos riuscisse ogni volta a tirare fuori da lei una nuova sfumatura. La trama? Bella, certo, ma non è lì che si nasconde la magia. Il vero tesoro sta nel come tutto viene raccontato: nel ritmo, nei silenzi, nel gioco sottile tra assurdo e poesia. È questo che rende Bugonia un piccolo gioiello storto e scintillante.
Oltretutto, è davvero difficile trovare note negative: ogni stravaganza sembra essere al posto giusto, ogni scelta stilistica perfettamente coerente con l’universo delirante che il film costruisce.
E la chicca finale? La sequenza conclusiva, un colpo di coda che ti rimane addosso, come un sussurro che non riesci più a scacciare.

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Foto di copertina di Duilio Scalici

