Alex Lifeson, nome d’arte di Aleksandar Živojinović, nasce a Fernie, Canada, il 27 agosto 1953. Nel 1968, insieme all’amico Geddy Lee, mette in moto quelli che diventeranno i Rush: un power trio canadese davvero tosto, capace di farsi sentire anche con la neve fino alle ginocchia. L’arrivo di Neil Peart nel 1974 completa la formula chimica definitiva: basso e tastiere acrobatiche, batteria mitologica, e un chitarrista come Lifeson che alterna riff taglienti ad arpeggi atmosferici, senza ovviamente dimenticarsi di assoli che portano sempre un tocco del tutto personale. In album come 2112 (1976) – dove in “The Temple of Syrinx” la sua chitarra entra come un avviso di sfratto – e Moving Pictures (1981), con un brano come “Limelight” che vibra di malinconia elettrica, dimostra tutto quello che un chitarrista dovrebbe dimostrare. Col passare degli anni adatta il suo stile senza perdere la bussola: negli Ottanta intreccia delay e chorus come se stesse ricamando nella nebbia (“Red Sector A”, “The Big Money”); nei Novanta e Duemila si reinventa con suoni più asciutti e moderni, infilando sorprese persino nei dischi più tardivi (“One Little Victory”, “Far Cry”). Il tutto mantenendo quella caratteristica tipicamente canadese di sembrare un tipo assolutamente normale, finché non gli metti in mano una chitarra e scopri che normale non è affatto. Oggi Alex Lifeson rimane uno dei chitarristi più rispettati del rock, un tizio discreto ma indispensabile, quel tipo di musicista che potresti dimenticare di guardare… fino a quando non ti accorgi che senza di lui, tutto il resto semplicemente non funziona.

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Disegni di Maurizio Di Bona, testi di Stefano Scrima

