Songs The Lord Taught Us

Di Donato Novellini

L’atteggiamento spavaldo, tipicamente anti-virtuosistico introdotto dal punk nella seconda metà dei ‘70, ovvero quello di prediligere un certo spontaneismo espressivo senza badare troppo alla tecnica esecutiva, assume connotati parodistici, folli, grotteschi e addirittura perversi, se applicato al caso dei californiani Cramps. Dotati di poverissimi mezzi (niente basso, tantomeno tastiere) e scarsa capacità di usarli per intrattenere decentemente un ipotetico pubblico, i quattro esordiscono con un album talmente sghembo – sorretto da due chitarre che paiono delirare a caso, monotonia di tamburi, quindi convulsioni isteriche del “cantante” – e privo di sovrastrutture abbellenti da trovare paradossale sintesi già nel titolo: Le canzoni che Dio ci ha insegnato. Profetico sarcasmo. Davvero un cattivo maestro l’onnipotente, visti i triviali, rozzi, macilenti esiti scaturiti, poco più di un’accozzaglia brutalista, lercio rockabilly virato horror, garage splatter catacombale con echi Stooges, primitivismo maleodorante di un delirium in tremens degno di qualche ben attrezzato sanatorio (dove per altro suonarono); eppure funziona alla grande: l’arte basica dei Cramps, intrisa d’urgenza e ritualizzata negli eccessi scenografici della coppia Lux Interior & Poison Ivy, adempie perfettamente alla necessità di veicolare in musica selvagge tensioni latenti, l’ostentazione parossistica del marcio e della sporcizia senza velleità intellettualistiche, contenutistiche, tantomeno estetizzanti, un po’ come in pittura lo scandalo del primo Basquiat o ancora in precedenza il non-sense Dada, qualcosa che sarebbe stato bene come colonna sonora di infimi B-movie. Antonin Artaud è però il primo nome che viene in mente, ascoltando la teatralità orrorifica dei Cramps. Diretti sul muso come i Ramones epperò con una certa sensualità malata in aggiunta. Lei edera velenosa dallo pseudonimo fumettistico, ex attrice porno sfacciatamente esibizionista, lui allampanato incrocio tra una caricatura stravolta di Elvis e la reincarnazione di Boris Karloff nel film Frankenstein del 1931. Trash si dirà, ma talmente plateale, ridondante, da farsi involontario stile. Nasce con loro il sottogenere Psychobilly, strampalata sottocultura ‘80 buona per novelli James Dean sott’acido. Lapalissiano che un disco del genere, fuori genere anzi degenere, repellesse qualsivoglia aggiustamento d’immagine, citazionismo grafico o imbellettata posa, essendo antitesi radicale di quel maquillage androgino caratteristico della decade entrante. Difatti in copertina, oltre al logo battesimale dal gusto Misfits e il titolo in caratteri gotici, c’è tutto l’iperrealismo di quattro volti stravolti, probabilmente strafatti, ma ad ogni modo perfetti all’occorrenza delle presentazioni. Menzione d’onore, ribadita anche in tacchi alti nello scatto B/N sul retro, per la maitresse del rock’n’roll Poison Ivy: dal suo disinibito magistero trarranno profitto svariate soubrettes, scapestrate novizie della sei corde, emerse come streghe scintillanti dai più fetidi recessi suburbani. Il divismo scosciatissimo, kitsch da bassifondi, di Kristy Wallace assieme alla furia balorda di Erick Purkhiser, finiranno meritevolmente nell’anagrafe ufficiale della storia del rock, proprio grazie a quel meraviglioso non saper suonare, diversamente sarebbero diventati soltanto abili mestieranti; forse il genio sta proprio nell’eccesso – l’eccedere la semplice bravura, ad esempio – come nella mancanza di mezzi per crearsi degli ostacoli, al fine di generare Arte.

Songs The Lord Taught Us – The Cramps, Illegal Records, 1980.


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