Nono tempo

Di Michele Savino

C’era una volta un uomo che aveva tempo. Soleva egli destarsi, le volte che destarsi gli garbava, allorquando il sole troneggiava già lassù in alto ben centrato entro al cielo, nel mezzo corso di quel suo percorso, presso un’ora che i mortali solevano appellarla mezzogiorno.

Ordunque, l’uomo si destava, come poc’anzi detto, tuffandosi però dal letto sì come fosse di molle un trampolino elastico, per poi atterrar sul tappeto morbidissimo del tempo, che dai piedi di quel letto s’estendeva indefinitamente sovra tutto il pavimento nella stanza e ben oltre detta stanza e accoglieva il tuffatore nell’abbraccio provvidente d’una sofficissima estensione accomodante.

L’uomo, steso supino sul tempo, si divertiva brandendone colle mani brandelli e facendone compatti fagotti, palle di tempo che lanciava sovra se medesimo e che poi, giunte all’apice del getto, s’aprivano nell’aria all’improvviso e planavano come piccoli e sbilenchi fazzoletti dolcemente. E l’uomo n’osservava il corso, l’ascesa lesta e la discesa divagante e spesse volte socchiudeva gli occhi poco prima che dette morbidezze gli si posassero sul volto e pur sul corpo steso; dunque rideva come solleticato da quei brani di tempo che or lo ricoprivano, quindi si rotolava varie volte al fine di scrollarseli di dosso e restituirli al tempo, il quale, anch’esso ridendo, ne perpetuava prontamente il corso.

Un dì accadde che l’uomo si tuffò come sempre dal suo letto, ma urtò basito il freddo e duro pavimento dov’egli cadde dolendosi all’impatto; or l’uomo ripensò ai molti che derisero quel suo abbondar di tempo e si vantavano dei loro dolorosi schianti mattutini, esibendone fieramente i valorosi lividi che ora pure egli riportava addosso.

L’uomo ch’aveva tempo non n’ebbe più e, poiché il tempo è denaro, si ritrovò pure senza soldi.

*

Opera: Michele Savino, Bolide, olio e china su carta di cotone 2020.


Pubblicato

in

da