Fäden

/ Fili 

Di Chiara Santarelli

L’uomo filiforme che, nella vergogna dei suoi vicini, cammina nel tentativo di recuperare i propri fili impigliati per la città. Nel cammino gli arti superiori perdono praticità e diventano nient’altro che un drappo penzolante.
Ormai era normale amministrazione riavvolgersi e tornare sui propri passi per capire dov’è che il primo filo si fosse impigliato la prima volta.
E mentre fa della sua mano una bobina, l’uomo filiforme chiede a quest’ultima, sua compagna di cammino:
Può esserci natura più paziente della tua, più dolcezza nel riavvolgere l’amarezza?

Quanto invidiava gli uomini senza fili.
Non avere fili significava non avere fili tirati.
Ma lui no, ne aveva di tirati per tutta la città e chissà in quali angoli bui si erano cacciati.
Temerari quanto basta ma pur fili sottili rimangono,
Non voglia che qualche burbero in ciabatte decida di tagliarli perché vicino all’entrata del suo portone.

L’uomo filiforme che non aveva vestiti ma stivali per calpestare ogni tipo di pozzanghera
Perché il fango non potesse usare i suoi fili per fare da ponte a chi le pozzanghere le ha sempre evitate.

Uomo filiforme devi riuscire a trovare il tuo nodo,
gli dicevano i cari

Vedi è tutta lì la felicità
Sciogli quel nodo e tieni ben a tiro quei fili
Non si impiglieranno dovunque
E se lo facessero
Sarà solo perché non fingevi di essere un uomo che non ha nodi o fili
Sarà solo quando non sarà così difficile essere te

Ce ne erano di fili in giro per la città
C’è che qualcuno non si sa come, sia arrivato alle finestre
E che qualcun altro si sia inchiodato alle ringhiere
C’è che però l’uomo filiforme diede di cui parlare alla città desolata
Il vicinato tornò a parlarsi e di questo lui se ne avvedeva
Ma sapeva anche che a filo ri-avvolto
Le finestre si sarebbero chiuse
e le bocche serrate

E in un sorriso che sa di consiglio
Devi usare il cervello più del cuore
Non ti devi innamorare del dolore

Così nella notte
Riavvolgendo fili, l’uomo filiforme parlò alla sua mano

Tienimi saldo e ben a tiro
E non lasciare che la mia dolcezza risenta dell’amarezza

*

Immagine: Paul Klee, illustrazione dal libro Candide di Voltaire, 1911/12


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