Quando ancora non avevo capacità di giudizio, per Carnevale, i miei fratelli ebbero la grande idea di travestirmi da Tenerone (per chi non lo sapesse il Tenerone era una specie di coniglio rosa gigante interpretato da Gianfranco D’angelo nella trasmissione Drive In). Poi, quando iniziai a capire qualcosa della vita, scelsi il personaggio più banale di tutti, cioè Zorro, ma il costume era di un paio di taglie più piccole – era l’ultimo rimasto sullo scaffale – e il bellissimo cappello a falda larga nemmeno mi entrava in testa. Un disastro. Con la bandana nera sugli occhi sembravo più un ladro di quart’ordine con l’acqua in casa (cioè coi pantaloni troppo corti). Poi ho smesso di mettermi buffi vestiti addosso per iniziare a mascherarmi davvero. Quando infatti ho iniziato a sentirmi legato a un’identità, quella è diventata la mia maschera, praticamente impossibile da togliere. Erano gli anni in cui le maschere, al cinema, andavano di moda, da The Mask a La maschera di ferro, con significati molto diversi fra loro, ma simbolicamente potenti: Jim Carrey (che sarebbe diventato il mio idolo assoluto) mi stava dicendo che solo con la maschera si può essere davvero se stessi, mentre Leo DiCaprio, al contrario, che una maschera può annichilirti del tutto. Non c’era via di mezzo, ma nessuno mi diceva perché io mi sentivo una maschera anche se non la portavo. Poi a scuola ci insegnarono che “persona” in latino significava maschera teatrale, per diventare solo dopo sinonimo di “individuo”, e le cose mi si schiarirono un po’, finché non arrivò il solito Pirandello a farmi capire che tutti indossiamo maschere sociali, e ognuno ci vede in modo diverso. Non è possibile essere realmente “se stessi” – non vuol dire niente. Forse in qualche raro momento, ma poi non sono nemmeno tanto sicuro mi piacerebbe. Preferirei cambiare maschera, quello sì, ovvero togliermi quella che mi fa sentire frustrato e incapace e mettermi quella del cinico viveur (che è un po’ quello che faccio scrivendo). Avessi io la maschera di Jim Carrey! Peccato che le maschere che abbiamo “in dotazione” sono quelle e basta, risultato dei vari elementi coi e nei quali siamo cresciuti, e non possiamo andare a comprarle alla Standa sotto casa, come feci con quella di Zorro. Per cui l’arte di mascherarsi, a Carnevale e nella vita, non è assolutamente da sottovalutare: una volta che abbiamo capito che mascherarci significa semplicemente assumere una postura per esistere nel migliore dei modi, sempre secondo la nostra particolare sensibilità, e che è impossibile non farlo, che ci si scelga la maschera più bella, cioè più adatta a rappresentarci. Va bene anche quella del Tenerone, anche se dubito che qualcuno dotato di capacità di giudizio possa averne il coraggio.
s.

Illustrazione di Romareloaded

