Di Michele Savino
C’era una volta un uomo intrappolato nel presente e, contrariamente a quanto egli aveva sempre pensato, quel suo presente intrappolante gli si mostrava banalmente come quel noto spazio risultante dall’intersezione di due insiemi, due recinti tondi, quello del futuro e quello del passato, entrambi a lui interdetti se non per quel piccolo spazio intersecato, gotico e ogivale, dov’era confinato.
E pensare ch’egli aveva ingenuamente sovente creduto che il suo presente fosse invece una specie di bacino lacustre intermediario, fluido e mobile, che raccoglieva l’acqua dalla sorgente lassù in alto del futuro e poi la scaricava nel mare del passato che sempre più ingrossava, nonostante l’acqua, prima e dopo, rimanesse comunque sempre identica. E invece niente acqua, niente mare, solamente due insiemi fissi e dati, definiti e intersecati ed egli lì nel mezzo recintato che s’affacciava ad entrambe quelle curve sezioni imprigionanti, guardando ora da una parte, ora dall’altra e cercando vanamente di scavalcare quel confine metallico, perché lì dov’era era tutto troppo angusto.
Più che a un’intersezione geometrica, pensava l’uomo, quel suo presente poteva invece assomigliare a una sovrapposizione cromatica, similmente a quando si ritagliano due cerchi traslucidi, tipo uno blu e uno giallo, e poi si mostra magicamente ai bambini come nell’area dell’incontro sovrapposto non ci sia più né blu né giallo, bensì il verde, proprio il verde lì nel mezzo.
Se non poteva varcare il suo recinto, meditava tra sé l’uomo, poteva almeno provare ad ampliarlo, a smuovere i due insiemi per sovrapporli maggiormente e aver per sé più spazio, far più comodo il presente; fu così che l’uomo afferrò con mani salde il bordo d’un recinto e, puntando i piedi sul margine dell’altro, iniziò a spingere con braccia e gambe fortemente, incurvato egli come un ponte teso sovra quella piccola area ogivale che or pareva proprio vacillare. E vacillò improvvisamente: l’uomo cadde a terra senza più sostegni, ormai sfuggiti lontanissimi in direzioni opposte e coincidenti, sì, perché lo slancio impresso ai due recinti era stato di tale intensità da dilatarne l’intersezione interamente, portandoli così a coincidere di fatto integralmente, con l’uomo steso a terra lì in quell’immenso cerchio tutto verde.
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Foto di Michele Savino, Sul trapezio con Kafka

