Quel giorno, il sottofunzionario esternalizzato in distacco perpetuo, era arrivato nella nuova sede dell’ufficio con in tasca una lampadina. Non era una lampadina normale, e lui lo sapeva bene – per questo mentre saliva con l’ascensore fino al sesto piano non faceva che guardarsi allo specchio ammiccandosi da solo e dandosi sonore pacche sulle spalle. Era una lampadina DIMMERABILE, la cui luce può dunque variare di intensità a seconda del bisogno, e che può ovviamente funzionare solo sulle lampade che prevedono il dispositivo chiamato “dimmer” che riduce o aumenta l’energia fornita alla lampada. La sua irrefrenabile felicità derivava dal fatto che la sua directrix maxima si era portata in stanza proprio una di quelle lampade, rubandola a qualche altro dipendente di grado inferiore, senza sapere di quale tesoro era entrata in possesso. Mentre lui, da virile tuttofare, si sentiva esperto in materia e quel giorno voleva stupirla entrando finalmente nelle sue grazie, pregustando in tal modo una nuova scrivania non smangiucchiata dai roditori con cui condivideva il sottoscala. Il rischio era grande, poiché per acquistare quella lampadina aveva rinunciato a due pasti e se per qualche oscuro motivo non avesse funzionato non avrebbe saputo come usarla (un lusso impensabile avere in casa propria una di quelle lampade). Ma valeva la pena correre il rischio.
Così, il nostro eroe, dopo aver timbrato il cartellino al piano (la nuova sede non aveva più una portineria per risparmiare qualche soldo e permettere così ai dirigenti delle pellicce nuove), si diresse dritto verso la suite direttoriale, stringendo in tasca la lampadina come fosse un talismano proibito. Ogni tanto la toccava con la punta delle dita, come per assicurarsi che fosse ancora lì, viva e pulsante di promesse sfolgoranti. Davanti alla porta della direttrice si fermò un istante. Inspirò profondamente. Espirò rumorosamente. Ripeté. Poi si dette uno schiaffetto sulle guance, quel tanto che bastava a ricordarsi che lui era un uomo con una missione. La “Mietitrice di Straordinari” era seduta alla sua scrivania, circondata dalle sue carte (ogni cosa doveva essere stampata, comprese le mail spam), e dal suo potere incontestato. E lì dietro, sulla sua sinistra, splendeva la lampada sapientemente sottratta: slanciata, elegante, con un dimmer che sprigionava un non so che di erotico.
“Avanti!” squillò la voce della direttrice, prima ancora che lui bussasse. Lei aveva quel talento: percepiva la presenza dei suoi sottoposti come un predatore percepisce gli ormoni impazziti delle sue prede.
Il sottofunzionario entrò. Cercò di apparire spavaldo, ma sembrava più che altro uno che ha appena cercato di stirarsi la camicia con un tostapane.
“Dottoressa… ecco, ho notato che la sua lampada… ehm… potrebbe necessitare di un tocco… professionale. Ho qui una lampadina speciale che…”
Non finì la frase. Lei aveva già incrociato le braccia. Brutto segno.
“Una lampadina? Lei pensa che io abbia bisogno di una lampadina?”
Lui deglutì. “Beh… ehm… questa non è una semplice lampadina, è dimmerabile. Si adatta ai suoi bisogni. A… diciamo… ai suoi stati d’animo, anzi… che dico, ai suoi sogni!»
Per la prima volta nella storia dell’azienda, la direttrice rimase zitta. Non lo guardava più come si guarda una macchia di umido sul soffitto.
“Su, mi faccia vedere”, disse infine.
Il sottofunzionario, con il cuore che gli rimbalzava nel naso, tirò fuori la lampadina con un gesto plateale che immaginava epico ma risultò simile a un prestigiatore di seconda categoria che estrae una cipolla da un cappello. Prima di compiere il miracolo si assicurò che il dimmer non riconoscesse la lampadina già presente, evidentemente NON DIMMERABILE. Aveva ragione, era una di quelle lampadine da due soldi che qualche tecnico improvvisato aveva apposto senza accorgersi dell’epic fail. Era accesa sì, ma non poteva variare di intensità, il che è tutto!
Al che il sottofunzionario svitò la lampadina da due soldi e successivamente avvitò il suo gioiellino, immaginando lo sgomento innamorato della direttrice.
Ma niente.
Non solo non andava il dimmer, non si accendeva proprio. Il sottofunzionario sbiancò (o smarronò, dipende dai punti di vista – le sue mutande avrebbero infatti detto altro).
“Mi scusi, come ha detto che si chiama la sua lampadina? Una lampadina DIMMERDA?!” disse la direttrice scoppiando in una risata scomposta.
“Ma no, ma non è possibile, ci deve essere qualcosa nella lampada che non va, probabilmente è il dimmer che si è rotto… Dottoressa, sono mortificato!”.
“Se ne vada e non mi faccia più perdere tempo con questi giochetti da lecchino, io vi odio tutti allo stesso identico modo, non è certo una lampadina che può cambiare le gerarchie!” e mentre pronunciava le parole più dolci della giornata mise una mano nella lampada nel tentativo di svitare la lampadina dimmerabile, rimanendo fulminata in un istante.
E fu così che il sottofunzionario esternalizzato in distacco perpetuo divenne director maximus.
s.

