Bonnie Raitt nasce a Burbank, California, l’8 novembre 1949 sotto il segno dello Scorpione. Suo padre era il divo di Broadway John Raitt e sua madre una pianista, Marge Gooddard. Comincia a pizzicare le corse fin da bambina quando per Natale le viene regalata una chitarra Stella. Negli anni Sessanta, Bonnie lascia la California per andare ad Harvard (Radcliffe), dove studia Relazioni Sociali e Studi Africani, ma non è esattamente presa dai libri: preferisce la scena folk e blues di Cambridge e parlare di politica. Dopo pochi anni, infatti, abbandona gli studi per inseguire la vita da musicista vera. Nel 1971 pubblica il suo album di debutto, Bonnie Raitt, e nei successivi dischi esplora un mix di blues, folk, rock e country, collaborando con leggende come Muddy Waters e imparando a padroneggiare la slide guitar. Il suo sound, già in questi anni, è quello di una narratrice che porta la chitarra come una compagna di vita. E qui arriva il famoso momento “ri-nascita”: dopo anni di carriera dignitosa ma non esplosiva – e anche alcune battaglie personali, incluse le dipendenze – Bonnie lancia nel 1989 il suo decimo album, Nick of Time. Prodotto da Don Was, vende milioni, vince diversi Grammy (incluso “album dell’anno”) e le dà fama planetaria. Negli anni Novanta e Duemila non si ferma: Luck of the Draw (1991) le porta hit come “Something to Talk About” e la struggente “I Can’t Make You Love Me”. Ma Bonnie è sempre stata anche un’attivista: ha cofondato Musicians United for Safe Energy (MUSE) negli anni ’70, usando la sua fama per questioni sociali. Nel 2000 entra nella Rock and Roll Hall of Fame, il riconoscimento più grande che un musicista possa sognare di ottenere.

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Disegni di Maurizio Di Bona, testi di Stefano Scrima

