Un sasso

Di Michele Savino

C’era una volta un sasso steso, conteso fra l’aria ch’intorno lo circondava e la terra su cui giaceva che l’inchiodava, sostenendolo sì fermamente che quel sasso steso pareva veramente, a un primissimo sguardo innocente, esser un bimbo rotondo disteso che riposava nel suo maestosissimo sonno di sasso che l’arrestava.

Essere come il sasso, questo il bimbo pensava e l’osservava, nel mentre l’acqua del fiume dappresso passava. Il sasso è come la terra che c’è nonostante la boria, è intatta compatta materia, precaria perfezione senza storia e la storia d’un sasso, qualora magari ci fosse, trascende finanche l’umana memoria.

Allora il bimbo ruotò il sasso che, prevedibilmente, non oppose resistenza alcuna, senonché quella irrinunciabile e terrestre della gravità necessaria, ‘sta forza in tal caso bonaria che sostenne il masso destato, che riequilibrato verticalmente s’ergeva nell’aria e, imprevedibilmente, il bimbo lesse sul volto del sasso la storia. Non mai una storia mortale, ma quasi una storia più vasta e innocente e involontaria come quella manciata di solchi, fessure, fratture che animavano d’un tratto quel vuoto lapideo d’un volto fantasma.

E il bimbo adesso lo vide bene quel fantasmino: la bocca scheggiata giù in fondo nell’angolino, un occhio rotondo e profondo che quasi a mirarlo pareva scavato a trivella nel mondo e l’altro di occhio, ovviamente, quell’occhio più birichino che sfuggiva solcato sul sasso, sfregiato distratto nel masso, eternamente socchiuso; ma il bimbo ormai lo sapeva, quel solco era sguardo d’intesa e l’occhio suo labile di bambino ricambiò l’occhiolino.

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Foto di Michele Savino