Pygmalion

Di Donato Novellini

Disco trovato per caso tra i fondi di magazzino di un negozio di Bassano del Grappa, luogo consono alle preziose marginalità trascurate dai più – sarebbe stato vano d’altronde ordinarlo, visto che all’epoca certi supporti fonografici indipendenti “made in UK” risultavano sovente irreperibili – Pygmalion rappresenta l’epilogo e la somma di una serie di esperienze affascinanti: ultimo album degli Slowdive nella loro prima incarnazione musicale, lapide fuori tempo massimo posata su shoegaze e dream-pop, tumulati dalla titanica diarchia Blur/Oasis e da altre sonorità elettroniche emergenti; fine di un’epopea romantica certamente minoritaria, votata ad una malinconica forma di bellezza applicata al rock col capo chino, fine delle utopie indipendenti ‘80, schiacciate da più remunerative esigenze commerciali. Il disco, chiamando in causa nel titolo la mitologica figura di Pigmalione – lo scultore che s’innamorò di una statua femminile da lui stesso creata, per poi sposarla grazie all’intercessione di Afrodite – rilascia alla perfezione l’atmosfera terminale di metà anni ‘90, com’è di colori, profumi, sfumature, visioni autunnali evaporate al sopraggiungere del monocromatico rigore invernale. Più sperimentale ed ipnotico degli eccelsi precedenti Just for a day e Souvlaki, fa cifra stilistica della dilatazione siderale, della reiterazione criptica a tratti raggelante, punteggiata da caracollanti rumori e gocce d’elettronica cadute da altre dimensioni sull‘acustico arpeggio e sulle vocalità intimiste piegate in lamento, come se si stesse presso l’abitacolo vuoto di una navicella spaziale in avaria dove giace il ricordo, l’eco impalpabile dell’umano astronauta. Disco avvolgente ma freddo, consegnato senza istruzioni ai posteri, ricco di suggestioni eteree, di odissee kubrickiane, pastorali cosmiche, voci dagli abissi carillon di chitarre messe in loop; siamo in effetti nei pressi degli ultimi Coil, quelli lunari e lisergici di Music to play in the dark, ma con qualche anno d’anticipo. Va da sé che pezzi quali “Crazy for you”, “Blue skied an’ clear”, la sublime arrendevolezza della conclusiva “All of us”, conservano intatta una bellezza cristallina, forse anche il potere di rievocare ancora oggi e con maggiore incisività gli ingenui struggimenti dei vent’anni. Nonostante tanta bellezza Pygmalion non fu supportato dalla Creation, tantomeno apprezzato dalla cinica critica passando quindi mestamente inosservato; a conferma di questo commiato nell’anonimato orgogliosamente anti-commerciale, valga da testimonianza l’asettica copertina attribuita al poco noto Steven Woodhouse: trattasi di un astratto collage dai colori freddi di gusto costruttivista o suprematista russo, sorta di enigmatico rudere algoritmico, di alfabeto apparentemente indecifrabile o quasi, giacché cercando pazientemente lumi in merito si è scoperto che l’immagine presenta segni tratti dalla notazione grafica – traduzione di suoni in forme – di Rainer Wehinger per l’opera Artikulation di György Ligeti del 1958. Nome della band in caratteri minuscoli, titolo relegato nel retro. Immagine rigida, geometrica e al contempo disordinata, come fluttuante nell’anonimato bianco sporco dello sfondo, tuttavia perfetta in rapporto alle ultime volontà musicali degli Slowdive. D’altronde poco importa baloccarsi con l’estetica, dato che la nave già affondata col suo tesoro sonoro riemergerà dagli abissi molto tempo dopo, con le opportune ristampe, senza che la copertina abbia subito modifiche. Verranno prima le dimissioni e l’esilio in Mojave 3, la compagine di Reading torna all’attualità nel 2017, invero più che dignitosamente, anche se ormai tocca dirlo l’atmosphère n’est plus la même e lo spietato effetto revival non risparmia quasi nessuno.

Pygmalion – Slowdive, Creation Records, 1995.


Pubblicato

in

da