Gli Swans quand’erano tali, prima delle interminabili derive soniche risolte in suite psycho-rumoriste degli ultimi episodi, capaci di mettere a dura prova il sistema nervoso dei più fedeli accoliti. Gli Swans di Love of Life, quando ancora c’era la vena dark soul di Jarboe, accanto all’ombroso epos di un Michael Gira catacombale e senza cappellaccio da cowboy. Gli Swans “classici”, apocalittici, nichilisti e oscuramente romantici, caratterizzati da quel tipico suono metallico, potente e ripetitivo, ma altresì capaci di inserire nella loro anti-poetica elementi folk, wave e noise, tra inquietanti coretti di bambini e oscure litanie reiterate fino all’estasi; insomma post-rock prima che il termine fosse coniato. Oltre allo splendore irrequieto del brano eponimo, corre l’obbligo di segnalare quantomeno The Other Side of the World e The Sound of Freedom, tra i vertici della lunga carriera. Ristampato dieci anni fa da Mute in triplo cd o vinile (White Light From the Mouth of Infinity/Love of Life, più il coevo live Omniscience) – invero operazione pasticciata di assemblaggio, ciò nonostante vi siano palesi affinità anche estetiche tra i due album, con un libretto incomprensibile e illeggibile – recupera saggiamente le grafiche originali del ‘91 e ’92; quelle del coniglietto antropomorfo, vestito da scolaretto, con una carota in mano, brandita come un pugnale, attonito, al cospetto di quel cuore rosso che ricorda tanto una pozza di sangue; l’innocente animaletto cela inenarrabili atrocità, dietro il tratto lezioso da fiaba per fanciulli. Nel retro il leporide appare davanti al suo doppio, le teste avvolte in fiamme, mentre sullo sfondo deflagrano esplosioni, forse atomiche. Difatti, l’illustrazione a firma Deryk Thomas, fa parte di una serie di tavole alquanto disturbanti, ai limiti dell’osceno, parzialmente riportate all’interno della custodia (perché non tutte? Ci si chiede). L’artista inglese, certamente influenzato dal pittore di gatti Louis Wain, per la grottesca tendenza ad umanizzare gli animali, appiccica addosso agli Swans un marchio indelebile, esteso anche a singoli ed ep del periodo. Recuperando la tradizione folklorica nordica – celtica, medievale, quindi romantica – esasperata dopo Edgar Allan Poe in genere horror nella cultura nordamericana, Thomas ripropone l’allegoria fertile, lunare e infine pasquale del coniglio, deformandone i connotati in un perverso gioco di amore e odio, messo in circolo vizioso. Difatti i riferimenti corrono alla letteratura gotica anglosassone, a certe fantasmagorie vittoriane, Lewis Carroll ovviamente, e marginalmente alla cinematografia: La notte della lunga paura, Donnie Darko, Beaster Day, La notte eterna del coniglio. Tutte pellicole dove la maschera del pacifico leprotto diventa protagonista di angoscianti onirismi, a testimonianza di una latente quanto sorprendente propensione all’efferatezza. Messo in effigie alla copertina di White Light From the Mouth of Infinity/Love of Life invece, assomiglia più all’ambiguo preludio di una narrazione dai tratti autolesionistici. Il simpatico animaletto, nei disegni di Deryk Thomas, finisce sempre per fottere il suo alter ego, il suo doppio, gemello, soggetto speculare e quindi se stesso. Ciò è assai evocativo, riguardo proprio alla musica della band statunitense, contraddistinta da una violenza radicale, dai tratti veterotestamentari, ma come adagiata in ipnotica cantilena, in ninnananna per accompagnare i piccoli nel mondo dei sogni, ovvero degli incubi. “C’è un silenzio profondo, ed ecco che il sipario inizia ad aprirsi. Forse è rosso. Ed entri in un altro mondo. Il film è mio e ci metto tutti i conigli che voglio” – David Lynch.


Love of Life – Swans, Young God Records, 1992.

