Colossal Youth

Di Donato Novellini

Philip Moxham al basso, Stuart Moxham, organo elettrico e chitarra, Alison Statton alla voce se ne stavano lassù a Cardiff nel Galles, strimpellando filastrocche minimali nel tedio nordico, dotati di una strumentazione ch’era poco più di niente. Ci sarebbero restati a lungo e forse per sempre, riottosi com’erano e consapevoli d’essere destinati all’anonimato periferico – nel quale per altro sembravano trovarsi più che bene – se solo il boss della Rough Trade Geoff Travis non si fosse accorto di loro, permettendo così al mondo (o meglio ai quei pochi privilegiati che hanno ascoltato Colossal Youth, tra i quali un devoto Kurt Cobain) di godere di un capolavoro totale del post-punk; ma poi nemmeno è il caso di scomodare etichette e generi, poiché l’unico album registrato dagli Young Marble Giants assomiglia a nulla, se non vagamente a Durutti Column tra i coevi e comunque – facendo scuola – a sonorità debitrici venute ben dopo. Strutture musicali scheletriche, talvolta caracollanti, quasi sul punto di cedere ai vuoti in assenza di batteria, ma poi magicamente riprese dall’organo, puntellate dal nervoso basso slappato, dalla grattugia della chitarra e dal canto algido, da bimba corrucciata della Statton. Zero sovrastrutture. Come sketch impressionisti, imbastiti tra ritualità chiesastica e una discarica per elettrodomestici, i 15 brevi passaggi del disco lasciano di stucco per l’incredibile capacità di oscillare tra rigido primitivismo e spoglia raffinatezza, tra artigianato pop e pauperismo postindustriale. Melodia e rumore, come si trattasse di sonorizzare il pattinaggio su ghiaccio, ticchettii di una sveglia manuale, armonie visive e stridori fonetici, musica che è la pista di leggiadrie e piroette sui solchi in tondo, allestita presso una ferramenta, modellata al tornio. Ma sì, tanto vale riascoltarlo, preferibilmente nella ristampa in triplo cd (Colossal Youth & Collected works, con singoli, Peel Session e materiale iconografico dell’epoca) a cura della Domino. Lì dentro c’è anche la sublime “Final Day”, evocante un mare in burrasca messo in scatola, tinozza o lavatrice dove ondeggiano scialuppe di carta orfica, carillon fatato, onde magnetiche e quel cantato sbrigativo, da shampista in pausa pranzo, della Statton. L’inarrivabile basso profilo e la naïveté degli YMG trovarono perfetta corrispondenza sulla copertina chiaroscurale dell’albo, affidata a tale Patrick Graham, un amico della band originario come loro dei quartieri poveri di Cardiff. Ne saltò fuori una fotografia del terzetto in bianco e nero – più nero che bianco – vagamente spettrale e, come la musica contenuta in quella custodia, solo apparentemente semplice. In realtà a ben guardare si trattava di una citazione di una citazione, ovvero quella che passa dai Beatles (With the Beatles, 1963) alla parodia situazionista che ne fecero i Residents (Meet the Residents, 1974). Medesima fissità negli sguardi, stessa posa distaccata, quasi anodina, elevato contrasto del B/N. Solo che i Beatles sono i Beatles, i Residents per gli eruditi sono i Residents, mentre gli Young Marble Giants… loro sono solo quelli che evitarono di intraprendere una carriera nei grandi circuiti musicali, perché dopo un capolavoro pareva volgare far altro. Buona la prima e al contempo anche l’ultima: anzi ottima, giovani giganti di marmo.

Colossal Youth – Young Marbe Giants, Rough Trade, 1980.


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