Richie Sambora nasce a Perth Amboy, New Jersey, il 11 luglio 1959, sotto il segno del Cancro. Nel 1983, Jon Bon Jovi lo chiama a sostituire il suo primo chitarrista e insieme diventano il duo creativo dietro la maggior parte degli inni hair metal che perfino tua zia canta al karaoke (forse soprattutto lei). Una delle particolarità di Sambora è l’uso del talk box, uno strumento che modula il suono della chitarra con la bocca nei momenti clou delle canzoni, creando un “duetto” tra chitarra e voce. Con i Bon Jovi vende decine di milioni di dischi e riempie arene in tutto il mondo, ma nel 1991 esplode in solitaria con Stranger in This Town, un album che profuma di blues e di chitarre piantate nel cuore come picchetti da campeggio. Anche qui Sambora non canta da duro tormentato, ma piuttosto da turista smarrito in una Mississippi immaginaria, con la Les Paul come bussola. Eppure, come la gran parte delle leggende del rock, Richie ha attraversato i suoi incubi personali fra battaglie con l’alcol e i farmaci, ritiri terapeutici e rehab. Quando decide di lasciare i Bon Jovi nel 2013 – proprio nel bel mezzo di un tour mondiale – lo fa per una ragione che nessuno si aspetterebbe, cioè fare il padre a tempo pieno della figlia Ava. Da allora Sambora non ha smesso di suonare e ha continuato a salire sul palco nonostante una mano fratturata pochi giorni prima di una esibizione di beneficenza al Kentucky Derby. Nel 2018 è anche stato inserito nella Rock & Roll Hall of Fame con i Bon Jovi, infilando una reunion breve ma intensamente nostalgica. Oggi Richie Sambora resta quell’anima blues intrappolata in un’icona rock, uno che sa trasformare una sei corde in poesia di fuoco e, occasionalmente, in una dichiarazione di affetto paterno.

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Disegni di Maurizio Di Bona, testi di Stefano Scrima

