Agrumi

Di Cristi Marcì

Ho paura del sesso.
Pensarci mi prosciuga, fantasticarci mi uccide.
Sento il corpo malandato, lontano dal mio Io.
Per l’ennesima volta Antonio mi rimprovera che così, proprio non posso continuare e che finirò per implodere ma come sempre gli rispondo che arriverà il momento giusto.
Non serve a nulla.
Non accetta scuse.
“Senti Marco sono due anni che Veronica accampa scuse. Due anni che state insieme e neanche una fellatio di cortesia che diamine!”.
Seduti al bar dell’università di Scienze Politiche, nascosto dietro un libro di Sartre, vedo qualcuno origliare le mie disgrazie mentre sopra di noi l’insegna senza “B” inizia a lampeggiare: sembra un ironico biglietto di andata e ritorno per un eterno castigo.
Con Veronica ci conosciamo dall’ultimo anno di liceo, quando i nostri corpi d’un tratto si sono avvicinati.
Mulatta e dagli occhi color nocciola era tra le prime della classe e con una spiccata inclinazione artistica.
Criptica e imprevedibile aveva iniziato a intasare il mio cellulare di “ciao come va?” e di “che fai stasera?” che a detta del mio migliore amico erano chiari segnali d’allarme di una volgare frigidità che avevo stupidamente scambiato per ingenua dolcezza.
Sin dall’inizio però il sesso è stato un tabù, specialmente il sabato alle tre del pomeriggio dove ogni mio vano tentativo si scontrava con frecciatine e giudizi che mi facevano sentire sempre più strano, spingendomi col tempo a placare un’irrequietezza che solo la pornografia sapeva illusoriamente alleviare.
“Marco ti rendi conto che sei già fuori tempo?”.
“Stai zitto, basta!” urlo a squarciagola sbattendo il pugno e rovesciando per sbaglio due bicchieri con un liquido ambrato.
Voglio lasciarlo con la sua supponenza e un conto da pagare, così mi alzo senza badare alle sue scuse e a correre verso casa col desiderio di scrivere una sola parola: Gilf.
Una volta al riparo nella mia stanza voglio solo toccarmi e perdermi nel solito video dove donne sulla sessantina lo prendono in ogni maniera possibile: in bocca, da dietro e di davanti.
Mi sembra di guidarle, proprio come quel giovane ragazzo che dentro il computer fa tutto ciò che desidera.
All’ultima scena insozzo il lenzuolo di sperma, mentre la donna che potrebbe essere mia madre si strofina le dita sulle labbra sorridendomi soddisfatta e pienamente appagata.
Mi sembra un gioco di prestigio, eppure…
Mi sento malato, prigioniero di pulsioni che non riesco più a controllare.
Riesco però ad espellere tutto il mio malessere, quando qualcosa vibra sul comodino.
Leggo un messaggio che si è sommato alle scuse di Antonio e alle indagini di Veronica, che imperterrita ha chiesto mie notizie. Povera stronza.
“Per domani è confermato?”.
“Ciao Ada, sì. A domani” rispondo con mano tremante.
Poi d’improvviso scoppio a piangere, vorrei abbracciarla di nuovo come alla fermata dell’autobus prima di vedere quel coglione di Antonio.
A lui non ho detto nulla del nostro incontro, non capirebbe.
Sa solo che è stata la mia prima baby setter e che ci siamo incontrati dopo venticinque anni.
Le sue rughe anziché allontanarmi mi avevano rivelato due occhi azzurri e due mani che sul viso profumavano di arancia e che a quest’ora della notte sento ancora addosso.
Tra poche ore ci rivediamo per fare colazione a casa dei genitori di suo marito dove si trova in questi giorni.
Col respiro più regolare socchiudo gli occhi mentre rivedo le sue dita scivolare di nuovo su di me, poi ancora più giù.
Finché non crollo.
L’indomani alle nove sono sotto da lei con due cornetti e un’eccitazione fuori controllo.
In ascensore il tempo si ferma finché non arrivo sul pianerottolo e la vedo sorridere sulla soglia.
Mi fa accomodare in salotto dove mi aiuta a togliere il giubbotto mentre dalla cucina la moka emette i primi sussulti, simili a quelli che ho nella pancia.
Finalmente ci sediamo sul divano, occhi negli occhi. Le tremano le labbra, chissà quante bocche ha baciato penso tra me e me.
Le scosto senza accorgermene una ciocca d’argento. Ora mi arriva un ceffone penso, invece le sue guance si fanno più rosse, le sue mani tremano così le prendo tra le mie lasciando che quegli spicchi d’arancia mi entrino dal naso: ma non mi basta.
Me le porto al viso, ne inspiro l’odore e la morbidezza, le faccio scivolare sulle mie labbra fino a quando l’indice e il medio entrano nella mia bocca dove una lingua impazzita cosparge di saliva quel territorio di agrumi.
Le succhio e le mordo a occhi chiusi mentre la pancia mi esplode.
Di colpo le tiro fuori, ma non oso riaprire nulla. Lei è lì, fiuto il suo odore.
Sento un cigolio, si è appena alzata ma resta in piedi.
Si slaccia la cintura dei pantaloni che delicatamente scivolano lungo le sue gambe.
“Puoi abbassarle se vuoi”.
A fatica e con la vergogna addosso riapro gli occhi, e fisso stordito il nero delle mutandine in contrasto con una pelle bianca come il latte.
“Toglimele” mi ordina dolcemente.
Con una mano mi avvicina la testa all’ombelico, mentre col respiro affannato tiro giù un mondo spaccato a metà dove pochi peli nascondono una linea mai vista prima.
Sento una pressione alla nuca guidarmi più giù, le sue dita accarezzarmi i capelli e una gamba posarsi sul divano.
Le mie mani afferrano i suoi glutei e la mia lingua si insinua dentro una fessura calda e bagnata che sa di latte.
La sento ansimare, poi dire qualcosa.
Sto per chiedere ma alza l’indice smaltato.
Mi sfila i pantaloni, poi le mutande.
La mia erezione sparisce come per magia dentro la sua bocca che inizia a muoversi.
Finché non vengo, rido a squarciagola.
Mi guarda mentre col dito si strofina le labbra sorridendomi soddisfatta.
Appagata.
Mentre tutto il mio corpo è una spremuta di agrumi.

*

Immagine: Egon Schiele, Donna con Humunculus, 1910 (particolare).


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