The Edge

David Howell Evans, alias The Edge, nasce a Barking, periferia di Londra, l’8 agosto 1961 sotto il segno del Leone. All’età di un anno si trasferisce a Dublino con la famiglia, e lì succede la cosa più importante della sua vita: a scuola risponde a un annuncio in bacheca di un certo Larry Mullen Jr., che cerca musicisti per una band, il cui cantante sarà un certo Bono Vox. Il gruppo si chiama inizialmente Feedback (nome profetico), poi The Hype, infine U2. David diventa The Edge, un soprannome affibbiatogli da un amico perché sembrava essere sempre “sull’orlo” (on the edge) fra ordine e caos. The Edge non è un chitarrista veloce, né particolarmente “muscolare”. Il suo stile nasce dalla limitazione tecnica trasformata in poetica. Usa delay, eco e riverberi come altri usano le scale: poche note, ripetute, che si rincorrono e diventano architettura sonora. Brani come “I Will Follow”, “Pride (In the Name of Love)” e soprattutto “Where the Streets Have No Name” non sono riff, sono sistemi di illuminazione per stadi interi. Con The Joshua Tree (1987) gli U2 diventano enormi, e The Edge diventa il chitarrista che riesce a essere riconoscibile dopo mezzo secondo. Il suono è limpido, ma non rassicurante; epico, ma mai virtuoso. Negli anni ’90, quando molte band si ripetono, lui cambia. Achtung Baby (1991) e Zooropa (1993) smontano l’eroismo rock e lo riassemblano con elettronica, distorsioni industriali e ironia postmoderna. È The Edge che studia Brian Eno, la musica ambient, i loop, e li infila dentro canzoni pop da milioni di copie. Negli anni Duemila continua a fare esattamente ciò che sa fare meglio: stare un passo indietro e, proprio per questo, risultare fondamentale. Sempre sul bordo. Sempre The Edge.

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Disegni di Maurizio Di Bona, testi di Stefano Scrima


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