Di Stefano Marullo
Abbiamo già affrontato in questa rubrica la questione. Il punk è più una questione di attitudine, più etica che estetica. Almeno il punk che merita rispetto. Così, lunga vita ai Crass e anatema a The Clash (almeno dal terzo album in poi); Ecco perché, parlando di film, abbiamo descritto The Wall dei Pink Floyd (degli odiati Pink Floyd, ricordate la maglietta di Johnny Rotten “I hate Pink Floyd”?) come molto più punk di The Great Rock’n’Roll Swindle e di altri film similari.
Sotto questo profilo non appaia una forzatura parlare di un’artista come Nina Simone che, sotto l’aspetto meramente musicale (che fondeva jazz, blues, folk, gospel, soul) sarebbe lontanissima dal punk rock, ma che vi rientra sul piano dei contenuti. Nina, al secolo Eunice Kathleen Waymon, nata nel 1933 nel Nord Carolina, da una famiglia poverissima e religiosa, sesta di otto figli, inizia a suonare pianoforte molto piccola, ma deve subito misurarsi con il razzismo perché nonostante il suo talento, non viene ammessa al prestigioso Curtis Institute of Music di Philadelphia per il colore della sua pelle. Il suo primo atto di disobbedienza risale a quando aveva 11 anni: durante il suo primo recital di piano, i suoi genitori furono costretti a cedere i loro posti in prima fila a degli spettatori bianchi. Eurice si rifiutò di suonare finché i suoi genitori non furono riammessi in prima fila. Per guadagnarsi da vivere, Eurice iniziò a suonare il piano e a cantare in un club di Atlantic City dandosi il nome d’arte di Nina (cioè piccola) e Simone (in omaggio all’attrice Simone Signoret). Nel 1959 raggiunse il successo interpretado brani come “I Loves You, Porgy” e “My Baby Just Cares For Me”. Mississipi Goddam del 1964 è la sua dichiarazione politica più infuocata scritta come reazione alla violenza razziale, segnatamente in risposta a due eventi tragici che sconvolsero l’America un anno prima, l’assassinio dell’attivista per i diritti civili Medgar Evers in Mississipi e l’attentato dinamitardo alla 16th Church di Birmingham, Alabama, che causò la morte di quattro bambine afroamericane. Il titolo Goddam (=maledetto) era un’imprecazione giudicata talmente forte che il pezzo fu boicottato in alcune aree del Sud e addirittura molte copie furono distrutte. Nel testo Nina denuncia apertamente il Mississipi (ma anche l’Alabama e Tennessee) e se la prende con chi dice “Go Slow” (“Vai piano”) con i cambiamenti cantando “You keep on sayin’ Go slow, Go slow is the trouble” (“continui a dire vai piano, vai piano è il problema”). Mississipi Goddam divenne rapidamente un inno di battaglia per il movimento per i diritti civili dei/delle neri/e. Indomita e battagliera, Nina ebbe però una vita privata molto travagliata segnata dalla relazione tossica con un ex poliziotto violento che divenne anche il suo manager e dal quale divorziò nel 1970. Polemicamente abbandonò gli Stati Uniti dopo l’assassinio di diversi leader del movimento per i diritti civili. Gli anni ‘70 e ‘80 furono segnati da problemi di salute mentale (le viene diagnosticato un disturbo bipolare) e crisi finanziarie con il fisco e un’assenza quasi totale dalle scene discografiche. Riprende slancio solo nel 1987 quando la sua “My Baby Just Cares For Me” viene usata per una pubblicità di Chanel. Nina Simone muore in Francia, ormai di nuovo al vertice della fama, a 70 anni nel 2003.
Sì, indubbiamente, per le sue lotte, per i suoi testi “eversivi” per l’epoca, la forza scenica, Nina Is A Punk Rocker! Andiamo a sentire allora Mississipi Goddam.

