Un poster metafisico per il romanticismo robotico degli Ultravox
Di Donato Novellini
“Il critico è colui che ostinatamente cerca un letto in un domicilio altrui”, sosteneva assennatamente Léon Bloy, e quello musicale non fa eccezione, anzi sovente s’adopera per celebrare funerali artistici anzitempo, tutto preso dall’ubbia della novità. Si pensi agli Ultravox – pregiudizialmente bistrattati a causa dell’imperdonabile successo commerciale – sul conto dei quali non s’è fatto che gettare discredito per anni (dapprima in Inghilterra, poi a pappagallo anche in Italia), segnatamente in seguito alla dipartita di John Foxx e alla svolta synth-pop. Prima e dopo, uno e due, dischi belli e poi di colpo brutti al mutar di moda, arte purissima e quindi trascurabile paccottiglia commerciale, secondo un criterio di giudizio manicheo, ottuso, in questo caso quantomai inopportuno. I nuovi Ultravox – presentatisi al pubblico con la magniloquente decadenza mitteleuropea dell’album Vienna – Midge Ure alla voce, rifondarono il post-punk a cadavere caldo, così come i loro maestri Roxy Music seppero tirare le somme degli sperimentalismi ‘70 per giungere, senza Eno, alla loro forma di Classicismo Pop (Avalon). Processo ben noto al mondo delle arti: si nasce rivoluzionari e si muore reazionari, cercando nel frattempo di fondare se non uno stile, quantomeno un simulacro artistico credibile da offrire ai posteri. Rage in Eden in questo senso è un disco perfetto: si sbarazza delle ultime scorie punk e, come altri, via Bowie Berlino/Kraftwerk Düsseldorf (O.M.D., Human League, Japan, Depeche Mode), vira presso atmosfere neoclassiche, suggestioni epiche arricchite da un romanticismo robotico, in equilibrio tra raffinatezza ed enfasi, tra glaciale formalismo e pathos, aristocratico elitarismo e popolarità da stadio (vedasi Simple Minds e U2). Curioso il fatto che l’esule John Foxx, tanto rimpianto dalla critica, sia giunto più o meno alle medesime conclusioni estetiche e musicali electro-manieriste (The Garden, 1981). Restando all’estetica, per vestire Rage in Eden fu chiamato il deus ex machina del post-punk Peter Saville, disegnatore grafico all’epoca fresco di lutto per il collasso gotico di Joy Division (Closer), ma già proiettato verso soluzioni smaccatamente futuriste, per non dire remunerative, essendosi accasato presso major dopo gli anni pionieristici alla Factory di Manchester. Il postmodernismo va da sé citazionista di Saville andava a pigliare i riferimenti direttamente dalle avanguardie primonovecentesche – Futurismo, Costruttivismo, Bauhaus, Metafisica – al fine di rendere le copertine dei dischi parte integrante dell’opera musicale, sorta d’esproprio artistico atto a coniare un codice nuovo, enigmatico, giammai servile decoro o peggio ruffiana piaggeria a fini commerciali. Tuttavia, nel caso dell’album degli Ultravox, qualcosa andò storto, tanto da costringere Saville e la band a ripiegare su altre due soluzioni alternative dopo la prima edizione dell’81: l’illustrazione di gusto metafisico “Cinémonde” (1950 circa), del disegnatore pubblicitario francese Hervé Morvan, rivisitata cromaticamente IKB (International Blue Klein) da Saville, venne sostituita nelle successive ristampe, prima dalla medesima cover del singolo “The Voice” (a sua volta palesemente ispirata a Giorgio de Chirico), quindi da un sobrio bicolore rossoblù, effigiato da cavalli alati, logo della band. Il disegno originale, ritratto sintetico dai richiami classici, tornò in copertina nelle ultime edizioni del 2018, probabilmente a seguito del pagamento dei diritti agli eredi Morvan.

Rage in Eden – Ultravox, Chrysalis Records, 1981.

