Per una cineteca femminista

AREA FEMMINISTA. Dialoghi con Monica Lanfranco

Di Stefano Marullo

Monica, rieccoci. Che ne dici se oggi parliamo di cinema? Vorrei partire dalla dichiarazione di un’attrice, Isabella Ragonese, che di recente ha detto che è raro trovare sceneggiature in cui protagonista sia una donna di 50, 60 e 70 anni mentre molte star del cinema, uomini, man mano che invecchiano nei film hanno sempre partner più giovani e naturalmente sono protagonisti delle loro storie a prescindere dall’età che, in un uomo, cinematograficamente è sempre performante. Che ne pensi?

Penso che Ragonese metta in luce un fenomeno reale. Penso che il pur lentissimo percorso delle donne per essere ‘visibili’ anche da vecchie nel cinema sia rallentato ancora di più ora che ci troviamo in piena società digitale. Le giovani generazioni sono nate e si sono formate attraverso lo schermo del computer e del cellulare, statisticamente vanno poco al cinema. I prodotti di consumo che vengono proposti loro dalle piattaforme sono pensati per far rispecchiare corpi, volti e caratteristiche affini alla loro età e questo è pericoloso, perché limita la varietà dei personaggi e delimita, nell’immaginario, la ciclicità della vita, come se esistesse una sola fase, quella eterna della giovinezza.

La rara presenza di volti, corpi e caratteristiche di donne vecchie, non solo di nonne, ma di donne vecchie con una storia e una vita da raccontare in autonomia rispetto ai ruoli sociali (prima giovane sposa, poi madre e infine nonna) è un danno culturale, sociale e politico.

Mi aveva molto colpita la serie tv Black mirror, la cui forma maggiore di critica alla omologazione della comunicazione digitale, nella dimensione del privato così come nel politico, era stata espressa nella fulminante prima stagione con tre sole puntate.

Le successive stagioni avevano mostrato segni di stanchezza, ma una puntata in particolare aveva messo a tema la vecchiaia e le donne. Nella prima puntata della terza stagione la protagonista Lacie vive in una società in cui le persone valutano ogni singola interazione sociale da 1 a 5 stelle tramite un’applicazione: lo status sociale, il lavoro e persino l’accesso ad abitazioni migliori o servizi sono determinati da questa media. Quando il punteggio di Lacie crolla vertiginosamente a causa di alcuni intoppi la giovane viene esclusa dalla società, le vengono revocati i privilegi e gli altri cittadini e cittadine iniziano a evitarla per non far abbassare il loro punteggio. La ragazza si ritrova, così, a dover vivere nella comunità delle persone escluse, che ovviamente è fatta da uomini ma soprattutto da donne anziane. In quel futuro distopico, certo, ma molto simile alla contemporaneità essere vecchie è già di per sé un fattore di esclusione sociale.

A proposito di sceneggiature, “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi, riprende uno dei temi cardine delle battaglie femministe, il diritto al voto in Italia nel contesto di una società arretrata, familista e oppressiva. Sono passati appena 80 anni dal suffragio alle donne, senza dire che eravamo già in ritardo di qualche decennio rispetto a paesi come la Nuova Zelanda che l’aveva introdotto nel 1893, l’Australia (1902) o la Finlandia (1906). Una tua valutazione su quel film e sulla scarsa rappresentatività delle donne nel Parlamento e nelle principali istituzioni repubblicane (ancora non c’è stata una Presidente della Repubblica) nonostante la possibilità di essere elette oltre che ad eleggere.

Arrivo al bellissimo film della Cortellesi e all’importanza del tema del voto passando brevemente da un’altra pellicola. Voglio citare qui un film sul tema dell’importanza del voto (attivo e passivo) per le donne che ha avuto meno clamore rispetto a Suffragette, ma che secondo me è più interessante perché racconta anche le dinamiche tra generazioni di donne rispetto alla politica, e dice quali priorità la politica debba prendere in considerazione. Il film si chiama Angeli d’acciaio e descrive come si arrivò al voto alle donne negli Stati Uniti, e del come le attiviste per il voto furono incarcerate per avere anteposto al tema della guerra quello dei diritti di cittadinanza femminile. Attraverso la lotta nonviolenza, e in particolare il digiuno, le attiviste parlarono al paese di priorità, svelando che spesso chi governa, ma anche l’opinione pubblica, fa la classifica dei temi ritenuti importanti e tra questi l’uguaglianza di diritti delle donne con gli uomini non è mai una priorità. Anche negli anni ’20 del secolo scorso, dunque, era in vigore il benaltrismo (va bene, ci sono criticità sui diritti delle donne ma abbiamo ben altro da discutere).

Personalmente penso sia stato fondamentale che le celebrazioni degli 80 anni dal voto sul referendum in Italia abbiano posto come centrale la questione del voto delle donne. Ricordo che Lidia Menapace raccontava le discussioni con i compagni partigiani: “Certamente bisognerà che si faccia una discussione per darvi il voto” – dicevano i partigiani. E Lidia rispondeva: “Perché parlate di ‘darvi’? Il voto non è una vostra concessione, è un diritto”. Lo straordinario film di Paola Cortellesi, che io celebro sempre con emozione ricordando la bravura nel rendere, per esempio, visibile la violenza maschile attraverso la danza nella sequenza delle botte del marito alla protagonista, è riuscito in un intento difficilissimo: quello che rendere attuale e centrale il senso della partecipazione attiva. Da decenni prospera l’astensionismo, in nome e per conto del diffuso senso di disaffezione e di qualunquismo rispetto ai partiti. Attenzione però: i partiti e la politica non sono la stessa cosa, ci dice il film. L’atto di partecipare al voto, soprattutto in un mondo nel quale in molti luoghi l’accesso a questo diritto non è ancora possibile per le donne o è molto limitato ha anche il senso di manifestare una possibilità di incidere. Gaber cantava che ‘Libertà è partecipazione’. Sono convinta che avesse ragione, e partecipare, per le donne, significa mantenere viva la possibilità di esistenza e di rappresentanza del proprio sesso anche e soprattutto nello spazio pubblico.

Sempre parlando di diritto di voto la Svizzera è arrivata molto in ritardo, solo nel 1971 le donne hanno potuto esercitarlo. C’è un film “Contro l’ordine divino” di Petra Volpe del 2017 di grande critica sociale e di riflessione sul potere patriarcale. Puoi parlarcene?

Che film straordinario! Ma vuoi mettere la scena nella quale l’attivista svedese, che arriva nel paesino sperduto tra le montagne e le mucche anche senza il tam tam della rete per dare sostegno al movimento delle donne per il voto, tira fuori un cesto pieno di piccoli specchi? Le svizzere ne prendono uno a testa senza sapere il perché. E quando gli specchietti sono tutti attribuiti ecco la spiegazione: ora giù le mutande e diamo un’occhiata! È meravigliosa la reazione delle donne e soprattutto la scoperta della soggettività della vulva, che ogni donna nella stanza, da quel momento, le attribuisce. La mia è una tigre, dirà la protagonista. Che finalmente, alla fine della lotta per il voto, avrà il voto e anche il suo primo orgasmo. Poche persone sanno che nella vicina Svizzera, in un cantone, il voto femminile arrivò solo negli anni ’70 del secolo scorso, il che a pensarci è davvero pazzesco. Sto provando a contattare la regista perché vorrei presentare il suo film ad Altradimora: è pieno di lirismo, politica, realismo e poesia, un mix che lo rende capace di intercettare diversi tipi di pubblico e sensibilità.

Un altro film che so piacerti molto è “Women Talking” del 2022.

Si tratta di una pellicola potente, corale e lirica, che mi ha toccato nel profondo e che penso possa essere una visione che aiuta a capire perché è necessario prendere le distanze da ogni fondamentalismo religioso e perseguire la strada della laicità, del libero e critico pensiero sempre e dovunque. Purtroppo quando lo nomino, ma questo vale anche per il film precedente constato che non è per nulla conosciuto.

Il film mostra in modo chiarissimo che ogni credo religioso, quando diventa legge e governo delle vite diventa un valido alleato del patriarcato, della violenza maschile sulle donne e del totalitarismo. In realtà è girato quasi come una piece teatrale, con un ritmo lento e su registri differenti di narrazione. Seduce la forza dei caratteri delle varie personagge e dell’unico uomo in scena, che è anche l’unica persona del gruppo che sa scrivere e leggere, ed è per questo che redigerà il verbale dell’agorà delle donne che devono decidere se restare nella prigione a cielo aperto dove sono recluse dalle leggi degli uomini o andare via.

Gli echi delle vicende contemporanee di violenza fondamentalista che il mondo sta vivendo qui e ora sono nettissimi, ed è per questo che il film va visto e diffuso, anche e soprattutto nelle scuole.

Il cinema iraniano ha una tradizione straordinaria di resistenza culturale al femminile, in particolare quelli del regista Jafar Panahi. Quali sono secondo te le pellicole imperdibili sulla lotta delle donne contro il sistema oppressivo degli ayatollah e della società sessista iraniana?

La recente e toccante morte di Marjane Satrapi mette al primo posto la sua opera letteraria, poi diventata anche cinematografica: Persepolis, in cui l’autrice racconta l’assurdità e la ferocia del regime islamista attraverso la sua arte fumettistica. Altri film che posso segnalare sull’argomento sono: A War on Women (2026): Diretto da Raha Shirazi, è un documentario che ripercorre oltre cinquant’anni di resistenza femminile in Iran. Unisce materiali d’archivio, testimonianze e riprese clandestine per raccontare quattro generazioni di attiviste che lottano per la libertà. 

Women for Iran (2023): un progetto documentario che indaga la profonda sollevazione civile iraniana e la disobbedienza delle donne, offrendo una prospettiva cruda e veritiera sulle repressioni e sul coraggio di mostrarsi senza velo. 

Scalfire la roccia: (2026) film documentario che racconta la storia di una donna coraggiosa e il suo impegno concreto per i diritti e l’autodeterminazione delle ragazze, affrontando temi cruciali tra i quali la lotta ai matrimoni forzati. 

Iran: dentro la rivolta. Donne, vita e libertà: (2023) Un’inchiesta documentaristica che analizza la ribellione della gioventù e delle donne contro i dogmi e le ingiustizie della Repubblica islamica. 

Infine segnalo anche Prostitution behind the veil, (2004), un documentario sulla insopportabile condizione delle donne in Iran che, per sopravvivere all’oppressione, si drogano e vengono prostituite con il consenso degli ayatollah che legittimano la schiavitù sessuale con matrimoni a tempo.

*

Immagine: frame di Angeli d’acciaio (Iron Jawed Angels), 2004.