Paul e l’asino

Nella vasta e rumorosa galleria di animali che popolavano la vita dello scrittore francese Paul Léautaud, noto per il suo straordinario “serraglio personale” fatto di decine di gatti, spicca una nuova amicizia tanto breve quanto profonda: quella con l’asino di uno straccivendolo.

Ogni mattina, verso le nove meno dieci, Léautaud scendeva dal treno alla stazione del Luxembourg di Parigi e trovava ad attenderlo in rue Gay-Lussac una piccola carretta trainata da un asino. Lo scrittore, pur non conoscendo il nome dell’animale, decise di battezzarlo Charlot, come l’asino di Jules Janin. Charlot era descritto come un animale “piccolo piccolo, tutto grigio e bardato di corde”, simbolo vivente di un’esistenza fatta di stenti e fatiche.

Il legame tra i due era nato da un gesto semplicissimo, un po’ di zucchero offerto il primo giorno. Da quel momento, lo zucchero era diventato un’abitudine e un patto di fedeltà. Léautaud raccontava con tenerezza come l’asino avesse imparato a riconoscerlo: non appena lo scrittore usciva dalla stazione, Charlot voltava la testa per cercarlo con lo sguardo.

Il loro rituale quotidiano era fatto anche di comunicazione e incoraggiamento. Dopo avergli dato lo zucchero, Léautaud si chinava sull’animale, lo accarezzava e gli sussurrava parole di conforto, esortandolo al “coraggio” per affrontare la sua dura giornata di lavoro. Questa amicizia rappresentava un rapporto nuovo e rigenerante che lo portava a guardare con pietà alla sorte di tutte le creature disgraziate – meno che gli esseri umani, da lui notoriamente mal sopportati.

L’attaccamento era tale che Léautaud viveva con autentico dispiacere le mattine in cui, per causa di forza maggiore o durante la domenica, non poteva recarsi a Parigi. Il pensiero che l’asino potesse subire la delusione di un appuntamento mancato lo amareggiava profondamente, testimoniando una sensibilità che equiparava il dolore e le aspettative degli animali a quelle degli esseri umani.

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Immagine: Franz Marc, Fregio dell’asino, 1911.


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