A proposito del libro di Francesco D’Alpa, “Una infirmità alli medici incognita. Lo strano caso di Caterina Fieschi Adorno”, Ed. Laiko.it 2016
Di Stefano Marullo
Se si potesse delineare un’orogenesi di un volume affinché lo si possa definire inequivocabilmente un buon testo da leggere e consigliare, gli ingredienti, in quest’ultimo di Francesco D’Alpa, ci sono davvero tutti: rigore critico, comparazione delle fonti, prosa sciolta ed elegante, sviluppo e asseverazione di una tesi. In mezzo, una buona dose di saggia stoltezza, nell’avventurarsi nel dedalo di un territorio minato e off limits come quello della mistica. Nel caso del medico e neurofisiopatologo Francesco D’Alpa, più che di deformazione professionale, dovremmo opportunamente parlare di formazione (nel senso di competenza) professionale. I suoi studi e le sue pubblicazioni su Fatima, Lourdes, Medjugorie, sul soprannaturale in genere, danno la cifra di una passione che si è sviluppata nel corso degli anni. L’approccio è senza dubbio il punto di forza dell’autore: un notevole sforzo filologico dovendo, in primis, confrontarsi con fonti sparute e intrise di furore apologetico nel classico topos agiografico, risalenti alla mano di testimoni oculari e discepoli del pensiero e degli insegnamenti della santa e ad autori per lo più del XVI e XVII secolo (la beatificazione di Caterina risale infatti al 1675 mentre la canonizzazione avverrà nel 1737) fino arrivare ad un rinnovato interesse per la mistica genovese alla fine dell’Ottocento. Accanto allo studio e alla ricostruzione delle fonti dell’incerto Corpus Catharinianum, che già circolava a Genova nel 1551, qualche decennio dopo la morte della santa (avvenuta nel 1510), D’Alpa si destreggia con grande maestria nel delineare una vera cartella clinica di Caterina Fieschi Adorno mettendone a confronto la prevalente analisi teologica-spirituale con il profilo psicologico, psichiatrico e, soprattutto, medico essendo quest’ultimo punto di vista, la cartina di tornasole per ogni ulteriore analisi.
La tesi di D’Alpa, suffragata da inequivocabile sintomatologia descritta con particolare dovizia negli scritti cateriniani e scambiati per segni di predilezione divina, è che Caterina soffrisse di una rara malattia genetica con alterazione degli enzimi e disturbi gastro-intestinali con forti ripercussioni psicosomatiche. Il ritratto di Caterina da Genova che viene tratteggiato, è tutt’altro che sminuente ma viene contestualizzato rispetto all’epoca e alla cultura del tempo in cui la stessa ha vissuto. Di per sé quella di Caterina è per certi versi anche una figura piuttosto inedita, per altri piuttosto omologata. Inedita come laica e donna sposata, laddove le grandi mistiche sono sempre state monache o aspiranti tali. Mentre rientra perfettamente nel topos ricorrente delle grandi mistiche, quali Teresa D’avila, Caterina da Siena, Veronica Giuliani, Faustina Kowalska o Gemma Galgani riguardo al modo di interpretare la sofferenza, le avversità e la malattia come inequivocabili segni soprannaturali che in un ambito più strettamente clinico sarebbero da annoverare nella galassia delle nevrosi e dei comportamenti devianti. D’altro canto, è stata proprio questa loro personale inclinazione a leggere vicende infauste e malanni inusitati in un piano più generale di benevolenza divina, ad aver loro assicurato quell’aura di eccezionalità e una eroica, e soggettivamente autentica, vocazione a quella che poi viene tradotta con santità. Ci si può chiedere quanta infausta possa essere stata la vita di una donna, raccontata nella prima parte del libro, che alla fine del Medioevo facesse parte del nobile casato dei Fieschi ma la domanda è capziosa se non si tiene conto della condizione femminile del tempo, delle scelte obbligate dei matrimoni di comodo tra persone dello stesso censo, la noia di una vita mondana asservita a riti e comportamenti preordinati. La sua conversione e il suo impegno a favore dei più miserabili e gli ammalati possono spiegarsi come il tentativo di fuggire una realtà non pienamente soddisfacente con un marito donnaiolo e dissipatore. Il contatto con i poveri e i disperati le daranno stimoli per una riflessione sul tema della sofferenza che troverà l’espressione più plastica, oltre che nelle visioni di Gesù crocifisso e sanguinante e nelle numerose penitenze vissute, in piena prospettiva mistica, come guerra tra corpo ed anima, in quel Trattato del Purgatorio (per il quale la Chiesa Cattolica la insignirà con il titolo di dottoressa) che in qualche modo comincia su questa perché l’io possa purificarsi.
Tutte quelle infirmità fisiche e psichiche (non ultima una costante depressione ciclica) sconosciute per lo più alla medicina del tempo, vengono splendidamente sublimate in un “totale assorbimento contemplativo o estatico”. Un’ipotesi interessante di D’Alpa quella secondo cui il coinvolgimento di Caterina a favore degli infermi (in particolare i lebbrosi) sia eterodiretto come un tentativo da parte di alcune Dame di nobile famiglia dedite al volontariato, di far uscire proprio dalla depressione che l’attanaglia. Un’attività che progressivamente prende il sopravvento su tutte le altre preoccupazioni, finanche nel tracollo finanziario del marito, e nel generale vox populi, il suo zelo profuma già di santità. Il rumore di fondo, di una società imbevuta di patriarcato misto alla devozione religiosa, che vede in una donna la candidata ideale per il sacrificio dell’intelletto e l’immolazione del corpo, riempie di malinconia.
Un libro pieno di suggestioni e talmente lontano dalla tentazione del furore ideologico da potersi definire quasi garbato. Una rilettura laica e molto plausibile, della vicende truculente di Caterina da Genova, che, lo diciamo senza retorica, nulla toglie alla singolarità del personaggio. Un approccio metodologico che ricorda Rudolph Bell che ne La santa anoressia racconta le impressionanti analogie tra la moderna anoressia nervosa e il percorso alla santità di tante figure femminili testé ricordate e certa prospettiva antropologica di Ida Magli che sulle donne, sulla penitenza e sul ruolo loro assegnato dalla società ha dedicato buona parte del suo pensiero.

