The Residents
Di Stefano Marullo
Nella variopinta e affascinante storia del rock si incontrano anche gruppi assai estrosi, penso ai Tubes o ai Devo, o mistico-dada, penso ai Throbbing Gristle/Psychic Tv, ma sicuramente nella sezione “originali” o “alternativi” sono da ascrivere The Residents, una delle formazioni più longeve (la loro prima apparizione è del 1971 a San Francisco, il loro ultimo album è del 2017), avanguardiste e raffinate mai apparse sulla scena. A tal proposito, il “mai apparsi” non suonerà casuale; gli Slipknot, il gruppo nu-metal statunitense che canta con delle maschere horror non ha inventato nulla, perché prima di loro sono arrivati i Residents, i quali non hanno mai mostrato la loro faccia e nulla si sa sulla loro vera identità. Il loro marchio di fabbrica è il frac e le famose teste di bulbo oculare. Qualcosa, invero, si sa sul loro frontman, tal Homer Flynn, che intorno alla metà degli anni Settanta del secolo scorso fonda la Cryptic Corporation, fantomatica società collegata al progetto Residents. E visto che i Residents non concedono interviste alla stampa, qualcuno si è preso la briga di registrare la voce di Flynn e confrontarla con quella che si sente nei dischi dei Residents e ha avuto la conferma che è identica. Altro personaggio della Cryptic Corporation sembra essere un membro dei Residents, i quali, peraltro, hanno visto un continuo andirivieni di persone e ad un certo punto i componenti diventano tre!
Bislacchi, ma anche fortemente dissacranti questi californiani. Uno dei loro primissimi lavori (un EP del 1972) si chiamava Santa Dog (anagramma di Satan God) una sorta di jingle natalizio il cui ritornello ripeteva: “Il cane di Santa è un feto di Gesù”. Il disco fu distribuito in qualche centinaio di copie e inviato, tra gli altri, a Frank Zappa (mito indiscusso a cui i Residents dicono di ispirarsi) e perfino al presidente Richard Nixon in un pacchetto che, però, sembrò non gradire e lo rimandò indietro. Fuori dai circuiti commerciali, i Residents, oltre alla Cryptic Corporation, hanno fondato una loro etichetta, la Ralph Records, con la quale ha pubblicato gente del calibro di Tuxedomoon (insieme ai Chrome ritenuti, dopo The Residents, gli esponenti più in auge di quella branca della New Wave chiamata Art Rock). Quanto a iconoclastia, basterebbe concentrarsi sulle copertine dei loro album: nel loro primo LP Meet The Residents del 1974 si vedono i ritratti dei mitici quattro Beatles sfigurati. In un altro album prendono di mira Hitler e il nazismo. Tra i loro progetti anche una personale rilettura blasfema della Bibbia, Wormwood: Curious Stories from the Bible, che hanno rappresentato nei loro concerti (in abiti ecclesiastici!).
Naturalmente le loro bizzarrie sono all’altezza del loro spessore e talento artistico: i Residents si sono sempre cimentati nella rilettura di classici del rock o del jazz (“Satisfaction” degli Stones, o “Summertime” per citare i più famosi); non paghi di questo hanno persino riletto i loro stessi brani in versione disco music; il loro album Eskimo del 1979 divenne Diskomo un anno più tardi in versione EP. Che dire poi di The Commercial Album (1980) che contiene quaranta tracce da un minuto ciascuno! Inconsueti, brillanti, geniali (finanche una trilogia multimediale della guerra tra due popoli inesistenti, i Talp e i Chubs!) da una parte bistrattati dal grande pubblico e dalla critica ufficiale, altrove considerati i padri fondatori di quella che verrà chiamata l’onda anomala del rock, la new wave, uno dei fenomeni più dirompenti del post punk. La loro grande capacità dal punto di vista musicale è la versatilità con cui sono sempre riusciti a passare dall’elettronica al rumorismo, dal pop alla disco, con grande maestria. Il loro gusto per l’eccellenza li ha portati, secondo qualche critico, a lavori troppo ambiziosi negli ultimi anni non privi di manierismo e pesantezza. La fortuna di chiamarsi Residents, ovvero osare sempre. Sembra questa la loro caratteristica primigenia. E chi li ama lo sa. Entrati già nel mito se Matt Groening, futuro creatore della serie I Simpson (non si chiama forse Homer il protagonista?) ha dedicato loro una biografia immaginaria ‘The True Story of the Residents’. Il pezzo che ho scelto si chiama “Bach is Dead” (1978), classico repertorio Residents, breve e surreale, un mix di eccellente fattura, con un finto coro gregoriano e voci che sembrano sub-umane. D’altronde l’impostazione filosofica dei Residents evoca la devoluzione del genere umano. Chissà che non ci abbiano visto giusto attese le follie della postmodernità.
BACH IS DEAD
Bach è morto
Bach è morto
Bach è morto
Bach è morto
Bach è morto
Bach è morto
Bach è morto
Bach è morto
Bach è morto
Donne ambulanti vogliono vedere la croce del sud di notte
e così mettono da parte un calzino e legano i loro lacci stretti
Sì lugubre è la melodia che echeggia nelle loro teste
senza un battito, loro marciano credendo che Bach sia morto
Bach è morto.

