Quando il lupus costrinse la scrittrice Flannery O’Connor a lasciare la vita indipendente per tornare nella fattoria di famiglia in Georgia, difficilmente si sarebbe pensato che da quella condizione di isolamento sarebbe nato uno dei giardini faunistici più eccentrici della letteratura americana. Nella proprietà di Andalusia Farm, O’Connor arrivò infatti ad allevare decine di uccelli, soprattutto pavoni, che si muovevano liberamente tra i campi. La passione, in realtà, era antica: da bambina era già finita sui giornali, pare per aver insegnato a un pollo a camminare all’indietro.
Nel saggio The King of the Birds, O’Connor eleva il pavone a simbolo privilegiato della creazione: un animale capace, con la sua ruota iridescente, di competere con la grandezza del mondo stesso. Ed effettivamente, ammirare un pavone che sfodera la sua coda in tutta la sua magnificenza non è un’emozione da poco (per citare un’altra artista).
Naturalmente, non tutti i visitatori della fattoria erano pronti a simili altezze spirituali. A cosa servono tutti questi pavoni? A cosa devono servire dei pavoni? Assolutamente a niente – ma sono bellissimi. Ed è proprio questo il punto: una bellezza gratuita, sproporzionata, che irrompe nella realtà quotidiana senza giustificazione, quasi disturbante. Qualcosa di molto simile a ciò che O’Connor chiamava Grazia.
Come nei suoi racconti, anche qui la bellezza non consola né rassicura, semmai spiazza e costringe a guardare oltre, a ricordarci che il mondo è immensamente più grande di quanto riusciremo mai a comprendere.
*
Immagine: Archibald Thorburn, Peacock and Peacock Butterfly, 1917.

