New Wave #1

Di Stefano Marullo

Lasciato il punk rock, parlare di new wave è quasi d’obbligo, prima di tutto per il contesto temporale. La new wave inaugura in maniera icastica il post-punk, anche se c’è chi a rigore preferisce non diluire i due termini distinguendo nella prima un’indole più solare e nel secondo un carattere più cupo e cerebrale facendone di fatto due stili, se non due generi diversi. Io credo che non sia blasfemo usarli indifferentemente usando come linea di confine il punk medesimo, brodo primordiale da cui si allontanano conservandone talvolta evidenti tracce. La timeline su cui tuttɜ concordano va comunque dal 1979 al 1983 come periodo d’oro della new wave. Più dibattuto invece è se considerare la new wave un genere/sottogenere musicale e qui nascono i problemi per la sua eterogeneità. Certo, come abbiamo visto spesso su queste pagine, anche il punk aveva le sue varianti ma a ben dire i suoi filoni fondamentali si possono riassumere nei suoi estremi, pop e hardcore. Piuttosto che di genere, quando ci riferiamo alla new wave, dovremmo più correttamente parlare di attitudine, di movimento fatto di artisti accomunati solo dall’idea di rompere con il rock lezioso dei Led Zeppelin o dei Pink Floyd, e di ritrovare le radici grezze del rock’n’roll, cosa che aveva già fatto il garage, di cui ci siamo occupati su queste pagine, ma con un’attenzione particolare anche alla forma, alle composizioni e alla contaminazioni.

Il termine new wave in realtà era stato coniato in una serie di interviste di quel Malcom McLaren, manager prima dei New York Dolls e poi dei Sex Pistols, che parlò di “nuova ondata musicale” per definire la musica degli artisti che stava lanciando. A usarlo qualche anno dopo fu ancora il giornalista Charles Shaar Murray parlando dei Boomtown Rats, indicando nel termine qualunque artista che influenzato dal punk non è più propriamente punk. Invero, in Italia per esempio, punk e new wave sono usati come sinonimi. Perfino nella distribuzione ricordo di avere comprato dischi di Slaughter & the Dogs o The Real Kids e nella copertina la dicitura recitava “new wave rock”. Con il tempo il termine cambiò significato assestandosi su un utilizzo che si riferisce sia alla musica di derivazione post-punk sia ad altre che subiscono influenze tra le più varie, da quelle elettroniche a quelle pop, da quelle ska-reggae a quelle psichedeliche e così via. La new wave diventa un vero e proprio prisma, un corollario di tendenze con una miriade di nuovi soggetti, spesso provenienti da scuole d’arte e aperti alle nuove tecnologie (videoclip in primis) laddove i punks provenivano per lo più dalla strada; un nuovo Rinascimento artistico si vedeva all’orizzonte e d’altronde la parola new wave pare sia stata presa in prestito dalla nouvelle vague francese, la rivoluzione cinematografica di Truffaut e Godard con cui condivide molti contenuti. Prima di tutto una reazione al cinema/alla musica dei padri/dinosauri del rock (prog in particolare), con una predilezione per la frammentazione e la sperimentazione; la nouvelle vague era famosa per i cosiddetti jump cut, i tagli improvvisi che rompono la continuità temporale della scena, ha un atteggiamento di metacinema che riflette su se stesso e ha budget molto ridotti. Similmente la new wave introduce i sintetizzatori e le drum machine, suoni artificiali che rompono con la tradizione blues rock, ha un atteggiamento che potremmo chiamare postmoderno per l’ironia, il citazionismo e l’attenzione al look e, come già avvenuto nel punk, molti gruppi new wave aderiscono al DIY (do it yourself), quindi  predilezione per le etichette indipendenti e l’autoproduzione.                  

La prossima settimana proveremo a delineare le vari anime della new wave anche per aree geografiche, per poi provare a conoscere i protagonisti fino alla recente renaissance new wave. Abbiamo parlato di scena anche italiana, sebbene come sempre le mode e le tendenze artistiche arrivino nel Belpaese sempre con qualche anno di ritardo: vale anche per la New Wave, con rarissime eccezioni (vedi Krisma, veri pionieri visionari del genere). Vi propongo un pezzo iconico, un classico esempio di new wave-sinthpop all’italiana, di una band cresciuta e affermatasi come pop-melodica di musica leggera che nel corso degli anni comincia a contaminarsi abbracciando stili lontani dalle origini. Sono i Matia Bazar e il pezzo, fortunatissimo (ha scalato le classifiche in Italia e anche in giro per l’Europa e nel mondo, con versioni inglese e spagnola) si chiama “Ti sento” (1985).


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