Schopenhauer sosteneva che suicidarsi – apparentemente la regina delle rinunce, la rinuncia alla vita – fosse il trionfo della volontà che muove il tutto, poiché chi decide di togliersi la vita lo fa perché vorrebbe vivere, tantissimo, ma in modo opposto a come lo sta facendo. Per cui, paradossalmente, secondo lui non sarebbe una rinuncia, ma una mera fuga che non risolve nulla, mentre la vera rinuncia che spiazzerebbe la volontà (con tutto il suo groviglio di desideri, insoddisfazioni e rancore) è la noluntas, ovvero una sorta di ascesi con cui si raggiunge quello stato in cui non si brama più nulla. La beatitudine terrena, diciamo. Facile a dirsi, a me non pare proprio che lui sia riuscito a raggiungere tale condizione, considerato come il suo carattere collerico lo abbia portato a buttare giù dalle scale la vicina di casa (tipo Fantozzi, che probabilmente si è ispirato al filosofo tedesco). Morale della favola? Oltre a non doversi mai fidare dei filosofi, è evidente come la vita (perlomeno quella umana, che conosciamo) non possa fare a meno del desiderio – pena una condizione che è tutto tranne che vivere. Senza desiderio non c’è vita. Senza desiderio non c’è conoscenza, non c’è filosofia (termine che significa appunto amore per la sapienza, desiderio di conoscere), non c’è amore, non c’è nulla, oppure la morte, per come crediamo che essa sia (poi, boh). Se dunque volete “sentirvi vivi” come nelle canzoni, dovete sbattere la testa contro i vostri desideri, quando non riuscite a cavalcarli come draghi alati sputafuoco, cioè quasi sempre. Se rinunciare ai desideri appagasse la mia sete di vita, sarei un rinunciatore seriale, epperò l’idea della rinuncia funziona solo sulla carta (meglio se stampata), poiché mescolata con la malinconia si fa poetica e conferisce un’aura maledetta da eroe d’altri mondi. Ma quale eroe! Io voglio solo vivere, in questo mondaccio, e non lo posso fare collezionando rinunce. Sbattere la testa è l’immagine perfetta: a furia di sbatterla i desideri a volte ci cascano e si realizzano (per farne nascere di nuovi in un ciclo senza fine), e comunque mi pare – fisicamente – la via più veloce per smettere di pensare.
s.

Illustrazione di Romareloaded

