Daydream Nation

Di Donato Novellini

Londra, primavera 2012, lo scrivente si aggira ammirato e tuttavia un poco frastornato all’interno della Tate Modern, precisamente nei padiglioni dedicati alla magniloquente retrospettiva su Gerhard Richter, artista celebrato contemporaneamente anche alla Nationalgalerie di Berlino e al Centre Pompidou di Parigi; grandi pannelli ultra-colorati, altri completamente neri, pittura sfocata opaca, o iperrealista sbrilluccicante, figurativa e astratta, fotografia video installazione, in qualche modo pure décor apocalittico, architettura decontestualizzata… ecclettismo famelico e fagocitante, esperienza piacevolmente destabilizzante giacché nel dedalo onnivoro di Richter scarseggiano appigli formali, codici dati, consequenzialità, addirittura riconoscibilità tra un grande ciclo stilistico e l’altro. Da uno stanzone a quello dopo l’occhio provato, ormai quasi assuefatto al gigantismo schizofrenico delle grandi dimensioni, cade su un piccolo dipinto da comò gotico, una cosina da nulla (Kerze, olio su tela, 100×100, 1982) epperò in grado di smuovere la fallace meccanica della memoria volontaria: “questa immagine l’ho già vista, sicuramente, sì ma dove?”, e così ci si lambicca per alcuni minuti deambulando nel vuoto mentale, tergiversando inutilmente attorno alla risposta che non sovviene – va da sé giacente immobile sulla punta della lingua – e in questi casi è sempre una piccola tortura; vano incaponirsi in tal caso, meglio soprassedere col tarlo addosso e passare oltre fidando a ragione nell’oblio che si dipanerà nella camera seguente. Sparito il quadro dalla vista riappare puntualmente come una folgorazione nella pigra memoria redenta – ma certo! – trattasi della copertina di Daydream Nation dei Sonic Youth: candela solitaria assai realistica, tenue lucore bastevole ad illuminare uno spazio circoscritto, grigiastro che è quasi verde stagno, che è quasi niente atmosferico, che è quasi una vaga idea di interno domestico sospeso nell’istantanea funebre, sopravvivenza di luce in assenza umana. Dipinto gotico solitamente abbinato, in dittico o messo nello stesso quadro, a Schädel (1983), vanitas che rimanda Dürer e al romanticismo tedesco. All’oggi non è dato sapere come s’incrociarono le rotte dei newyorkesi con quelle dell’artista di Dresda, se non per affinità elettive chissà, men che meno interessano facezie inerenti i diritti di riproduzione, più d’altro risulta curioso indagare il legame che intercorre fra un’immagine così intimista, melanconica, compatibile semmai a toni dimessi, e l’abrasivo contenuto musicale, radicale sarabanda rumorista d’ascendenza punk, rumore bianco ereditato dai Velvet Underground e aggiornato ai tempi, girone infernale con sfumature oniriche, nevrastenica spirale chitarra/batteria, scatarro nichilista mirato in faccia alla Nazione e al rock comunemente detto. In una parola: Arte, del medesimo lignaggio La traccia 9 s’intitola “Candle”, ma pare poco più di un indizio o forse un omaggio; c’è pur sempre come opzione d’ispirazione il titolo del disco, che rimanda ad un sogno ad occhi aperti, un sogno americano certamente abortito, probabilmente già nel 1988 ridotto a moccolo d’incubo. Soffiare per spegnere il cero, in effetti non è mai stato un disco per feste di compleanno, questo.

Sonic Youth – Daydream Nation, Blast Records, 1988.


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