Ne travaillez jamais

Di Michele Savino

Jamais je ne travaillerai…
Arthur Rimbaud

Il celebre slogan situazionista “Ne travaillez jamais ebbe origine, com’è noto, dall’omonima scritta vergata col gesso dal ventunenne Guy Debord su un muro parigino in rue de la Seine. Era il 1953 e di quest’azione sovversiva, tanto incisiva quanto effimera, ne sarebbe certamente rimasto soltanto il ricordo immateriale, se non fosse stato per lo scatto d’un fotografo, tale Louis Buffier, che, ignaro del valore programmatico che tale scritta avrebbe avuto per la nascente Internazionale situazionista, così come per le future contestazioni del ’68, ne fece una cartolina umoristica, parte d’una serie in cui Buffier commentava ironicamente le immagini con sarcastiche affermazioni inserite in calce alle stesse. E in questo caso l’incursione ironica del fotografo fu spiazzante: Les conseils superflus”. Già, perché, probabilmente, secondo Buffier, il consiglio di non lavorare sarebbe stato tanto ovvio, quanto tristemente irrealizzabile, una specie di scoperta dell’acqua calda in fin dei conti.1

Ma la storia non finisce qui, poiché, una decina d’anni più tardi, nel gennaio del 1963, Debord si servì di quest’immagine, sola documentazione esistente del suo graffito profetico, per inserirla nell’ottavo bollettino situazionista a corredo della seconda parte di Banalità di base di Raoul Vaneigem,2 ovviamente con l’accortezza di tagliare la fotografia escludendone l’imbarazzante commento e la firma di Buffier, il quale però rimaneva autore dello scatto e le conseguenze, com’è prevedibile, non tardarono ad arrivare. Debord, con una tipica azione di détournement situazionista, pare appropriarsi, o meglio, riappropriarsi della sopraccitata fotografia, esattamente come il fotografo si era a sua volta appropriato del suo graffito immortalandolo.

Il 21 giugno 1963 Debord ricevette una lettera dal Cercle de la Librairie che chiedeva un pagamento per violazione del diritto d’autore sull’immagine di Buffier; Debord, dal canto suo, rispose rivendicando l’autorialità del graffito, il cui messaggio era stato depotenziato e ridicolizzato dal commento inserito in calce dal fotografo e, conseguentemente, l’autore realmente danneggiato sarebbe stato egli stesso, come acutamente ebbe a specificare nella sua missiva:

L’iscrizione in questione fu realizzata in un altro periodo e senza alcuna ambiguità fu presentata dal movimento situazionista d’avanguardia (cfr. il titolo di questa illustrazione a pagina 42 della nostra rivista) come un serio segno del clima artistico di un’epoca e come un momento nello sviluppo delle teorie di questo movimento artistico, teorie che hanno una certa serietà. Ma Monsieur Buffier, con la sua interpretazione personale di questa iscrizione, che non compare nel numero 8 dell’Internationale Situationniste, la diffonde in modo suo umoristico. Il titolo di Monsieur Buffier, in realtà, è “Consiglio superfluo.” Dato che è ben noto che la grande maggioranza delle persone lavora, e che tale lavoro è, nonostante la più forte repulsione, imposto alla quasi totalità dei lavoratori da una costrizione schiacciante, lo slogan NEVER WORK non può in alcun modo essere considerato “consiglio superfluo.” Questo termine di Monsieur Buffier implica che tale posizione sia già seguita senza discussioni da tutti, e quindi getta nel più ironico discredito la mia iscrizione, e di conseguenza le mie idee e quelle del movimento situazionista, la cui rivista in lingua francese ho attualmente l’onore di curare.3

Com’è noto, i probabili riferimenti che ispirarono il graffito del giovane Debord furono il Surrealismo e quel suo grande nume tutelare che risponde al nome di Arthur Rimbaud:

Il programma dell’affrancamento dal lavoro e dell’affermazione dei diritti del singolo, della soggettività e del gioco aveva dei predecessori solo nelle avanguardie artistiche, nel «Non lavoreremo mai» di Rimbaud e nella copertina di La Révolution surréaliste n. 4 che prometteva «guerra al lavoro».4

Nello specifico, Debord riprende, invertendole, le parole di Rimbaud Jamais je ne travaillerai… presenti nel capitolo Vergine folle di Una stagione all’inferno; nell’opera del poeta francese, infatti, non sono rari i riferimenti a un ipotetico rifiuto del lavoro, basti pensare al verso Jamais nous ne travaillerons, ô flots de feux!, tratto dalla poesia «Qu’est-ce pour nous, mon cœur, que les nappes de sang», oppure all’affermazione Travailler maintenant, jamais jamais, je suis en grève contenuta in una lettera a Georges Izambard del 13 maggio 1871.5

È significativo notare come il termine francese travail sia strettamente affine all’italiano “travaglio”, sottendendo un moto di sofferenza connaturato all’azione lavorativa ed etimologicamente derivante dal latino medievale tripalium, uno strumento di tortura costituito, per l’appunto, da tre pali. L’appello di Debord a non lavorare mai parrebbe, all’impietosa e rivelatrice luce etimologica, quantomai necessario per sottrarsi alla dolorosa pena che il lavoro porta sovente con sé.

Come ci rammenta pure Raoul Vaneigem nel suo celeberrimo Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni, sintomaticamente pubblicato nel 1967, medesimo anno de La società dello spettacolo di Debord:

Il tripalium è uno strumento di tortura. Labor significa «pena». Vi è qualche leggerezza nel dimenticare l’origine delle parole «travaglio» e «lavoro». I nobili conservavano almeno la memoria tanto della loro dignità quanto dell’indegnità che colpiva le loro schiavitù. Il disprezzo aristocratico del lavoro rifletteva il disprezzo del signore per le classi dominate; il lavoro era espiazione alla quale le condannava eternamente il decreto divino che, per impenetrabili ragioni, le aveva volute inferiori.6

E, analizzando il presente, più avanti Vaneigem sentenzia:

L’organizzazione del lavoro e l’organizzazione degli svaghi richiudono le forbici della castrazione incaricate di migliorare la razza dei cani sottomessi.7

Queste acute parole, che distano da noi oltre mezzo secolo, parrebbero risuonare quantomai attuali per descrivere finanche il nostro amarissimo scenario quotidiano, che si ripresenta immutato, ma tecnologicamente più ammiccante e, di conseguenza, ingannevole.

Guy Debord, ne La società dello spettacolo, nota come quest’ultimo sia in grado d’assorbire qualsivoglia forma d’opposizione facendola propria e banalizzandola, così da restituirne una versione depotenziata, innocua e, a sua volta, spettacolarizzata. Questo è stato, appunto, il destino anche del celebre slogan “Ne travaillez jamais”, che noi oggi ritroviamo a mo’ di gadget stampato su magliette disponibili in svariate misure e colori, magliette alternative e intellettualoidi, che contestano il lavoro e che possiamo comodamente acquistare lavorando.8

Note

  1. Situationniste Blog  ↩︎
  2. Internazionale situazionista n. 8, gennaio 1963, p. 46, in Internazionale situazionista 1958-69, Nautilus,  Torino 1994, p. 8/46. ↩︎
  3. Marxists.org ↩︎
  4. Anselm Jappe, Guy Debord, manifestolibri, Roma 2013, pp. 104-105. ↩︎
  5. Arthur Rimbaud, Opere in versi e in prosa, Garzanti, Milano 2016, pp. 186, 258, 531 e 577. ↩︎
  6. Raoul Vaneigem, Trattato di saper vivere ad uso delle nuove generazioni, Massari editore, Bolsena 2004, p. 60. ↩︎
  7. Ivi, p. 64. ↩︎
  8. Redbubble.com ↩︎

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