Il febbraio italiano è un mese particolarmente caldo, questo perché è il periodo in cui tradizionalmente si svolge il fenomeno più nazional-popolare di tutti, ovvero il Festival di Sanremo. Da quando poi esiste una controcultura, o perlomeno la cultura ufficiale, in un mondo consumista, è vista con sospetto, i denigratori di Sanremo possono citare spassionatamente Flaiano (che comunque tanto outsider non era), il quale si rese subito conto che i suoi amici, finti sociologi, guardavano quei giovani ululare sul palco per puro piacere, e chiosando: “Comunque, se la gioventù è questa, tenetevela. Non ho mai visto niente di più anchilosato, rabberciato, futile, vanitoso, lercio e interessato.” Ammazza! Fortunatamente, per chi non vuole prendersi troppo sul serio o semplicemente non sa manco chi sia Flaiano, da qualche anno ha la possibilità di memare il leggendario Richard Benson, che in una trasmissione televisiva disse: “Che cazzo me ne frega de Sanremo a me, io c’ho da sentire l’heavy metal.” Come fai a ribattere a queste parole? Impossibile. C’è poco da fare, gli italiani si dividono in due categorie: chi guarda Sanremo e chi piuttosto di guardarlo si accecherebbe come Edipo. Hai voglia a raccontare la manfrina dello studio antropo-psico-sociologico di cui sopra, Sanremo lo si guarda per evadere e sognare – perfino nei sogni capitalistici -, punto e basta. L’arte, quindi, sta nel fare il giro della morale, superare il rifiuto di posizione e ritrovarsi nella massa triviale a ridere e godere del successo altrui, immedesimandoci nei nuovi dèi canterini, sognando di essere loro, o perlomeno loro amici o fidanzati. Sì, va bene tutto, ma come fare a giustificarsi agli occhi dei nostri amici anti-Sanremo che ci guardano schifati come se avessimo abdicato a ogni valore che ci rendeva le persone per benino che siamo? Ah, non lo so, problema vostro, io guardo Sanremo per puro situazionismo! (e anche un poco come studio antropo-psico-sociologico).
s.

Illustrazione di Romareloaded

