Violator

Di Donato Novellini

Una forma di arbitrarietà assolutamente soggettiva pone Violator nettamente al vertice della discografia Depeche Mode; beninteso preceduto dalla grande epopea electro-pop vagamente industriale ’80 e seguito da una ridondante prosopopea stile bollito U2, dalla quale poco si salva a parte i seguenti, relativamente ispirati, Songs of faith and devotion e Ultra. Violator quale zenit dunque, non esente da personale sincronicità aneddotica, giacché fu il primo disco che lo scrivente ancora imberbe pigliò proprio all’uscita, e si converrà sono faccende importanti queste, in grado di squarciare inesorabilmente il baratro della senilità. Il disco è perfettissimo, elettronico ma tutto nuovo, caratterizzato da sonorità torbide, malsane, ipnotiche, financo narcotiche, in grado di far scavallare agilmente la decade ai quattro di Basildon, evitando loro – similmente agli U2 di Achtung Baby – l’obsolescenza e il revival, come accadde invece a Ultravox, OMD, Soft Cell e molti altri attardatisi più del dovuto. L’emblematica copertina – così come quelle di singoli coevi – venne affidata al fotografo olandese Anton Corbijn, futuro regista di Control (film su Ian Curtis e Joy Division), all’epoca già grafico affermato appresso alla scena più o meno indipendente d’ascendenza wave. Forte di un codice riconoscibile tutto suo, sorta di minimalismo espressionista bicromatico altamente saturato, Corbijn ripulisce la band dalle chincagliere kitsch ’80 puntando risolutamente all’essenziale: una rosa (“Una rosa è una rosa è una rosa” – Gertrude Stein), rossa con leggere sfumature bianche, che sospesa si staglia al centro in campo nero: pura trinità alchemica rosacrociana, Nigredo Albedo Rubedo, ovvero putrefazione, purificazione e sublimazione della materia attraverso il fuoco. Si converrà: un cerimoniale perfetto d’iniziazione, pensando ai Depeche dell’epoca, in procinto di inoltrarsi negli infernali anni ’90. Grafica, titolo e ragione sociali risultano di minimo impatto e forse a dirla tutta mancò il coraggio di farne bellamente a meno, come ad esempio osò Peter Saville per la concettualmente simile copertina di True faith di New Order, quella con la foglia gialla in campo blu, priva di qualsiasi riferimento scritto. All’interno della custodia riappare la parte superiore dell’enigmatica rosa, a tutto campo sulla busta, epperò in bianco mosso, fotodinamico, su sfondo nero; null’altro a parte quattro fototessere grigiastre di Gore, Gaham, Fletcher e Wilder abbandonate in un angolo. Violator è certamente l’album del classico “Personal Jesus”, col suo côté pulsante spiritual-western, ma soprattutto contiene il singolo “Enjoy the Silence” (in copertina del 12” di nuovo la rosa, bianca su elegante blu Klein), del quale risulterebbe gravemente omertoso non fare cenno al relativo video, sempre curato da Corbijn, uno dei cortometraggi più memorabili e geniali della storia della musica; come non ricordare infatti Dave Gahan, monarca solingo con tanto di corona e mantello d’ermellino, sorta di pellegrino abdicante, vagante senza requie per monti e vallate alla ricerca del luogo perfetto dove posizionare la sua sedia-sdraio?

Violator – Depeche Mode, Mute Records, 1990.


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