L’arte di gridare

Non tutte le cose gridate sono vere ma tutte le cose vere sono gridate. Perché il mondo ha spesso problemi d’udito, e invece di spendere soldi per una visita dall’otorino preferisce tenerseli e comprare l’iphone diciassette. E quindi tocca gridare per farsi sentire. Anche se in generale la brava gente beneducata (e i potenti in particolare, quelli che amano le poltrone vellutate) non distingue fra chi grida perché è ubriaco marcio e chi per chiedere aiuto. Ciò che conta è che tacciano il prima possibile per non avere rogne di sorta. Al che un tizio intelligente di nome Allen Ginsberg ebbe la geniale idea di gridare in poesia, scrivendo Urlo (Howl). Risultato: il suo editore, Lawrence Ferlinghetti, venne arrestato per diffusione di oscenità. Niente da fare. In quegli stessi anni però nasceva il rock’n’roll, che da Janis Joplin a Kurt Cobain ci ha insegnato a urlare eccome. Nessuno sa gridare come i rocker, finché sono esistiti. Ma oggi Ginsberg viene venduto in qualche patinata edizione di qualche editore monopolistico, il rock è roba da boomer (letteralmente), e i governi d’Europa, e con loro la maggior parte dei sudditi, non fanno un fiato se una popolazione civile viene massacrata in Medio Oriente (e in tante altre parti del mondo). La disabitudine a gridare ci ha portato poesia di merda, musica di merda e la messa in discussione dei diritti sui quali basiamo la nostra stessa esistenza. Per cui torniamo a gridare, per dio!

s.


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