Quando l’amore brucia e libera, quando il piacere diventa preghiera, quando la resa è la forma più alta di potere
Di Roberta Denti
Da Venere in Pelliccia di Sacher-Masoch a Justine di de Sade, dal vulcano vivo di Stromboli a quello spento di Alicudi, un viaggio erotico e filosofico attraverso le polarità del desiderio: il dominio e la sottomissione, la frusta e il bacio, il dolore e l’estasi che tengono accesa la fiamma dell’anima.
Ci sono libri che non smettono di bruciare, anche a distanza di secoli.Venere in Pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch (1870) e Justine o le disavventure della virtù di Donatien-Alphonse-François de Sade (1791) sono due di questi: entrambi hanno come protagonista una donna, ed entrambi hanno scardinato l’immaginario del loro tempo, restando spine conficcate nella carne della letteratura.

Da un lato Wanda von Dunajew, voluttuosa vedova che in Venere in Pelliccia istituzionalizza il masochismo: non oggetto, ma soggetto attivo del desiderio, dominatrice adorata, proiezione di un femminile potente che si prende gioco della vulnerabilità maschile. Severin, il suo amante, afferma:
«Siamo tutti facili da spiegare. Quello che non siamo è facili da districare.»
E lui stesso si inginocchia, “bestia da soma del desiderio”, per chiedere di essere schiacciato, ridotto a servitore del suo piacere, umiliato come suprema forma di estasi.
Dall’altro Justine, creatura fragile e incorruttibile di de Sade, condannata a subire ogni sadismo possibile proprio per la sua virtù. Martire dell’innocenza, corpo offerto al disordine dell’uomo, carne flagellata e violata perché incapace di piegarsi. De Sade le fa dire:
La virtù non è che un fardello, e chi la porta non trova che disgrazie.
Justine non domina, ma soccombe. Eppure, come Wanda, anch’essa diventa fuoco che illumina le pulsioni maschili, specchio crudele del desiderio.
Due romanzi, due archetipi, due donne: la dea e la martire, la dominatrice e la sottomessa. In entrambi i casi la carne non è mai neutrale: è campo di battaglia, teatro di estasi e supplizio.
E in mezzo ci siamo noi, a distanza di secoli, a leggere, riflettere e scontrarci con i nostri stessi cortocircuiti emotivi e sessuali. La modernità ci ha reso analfabeti del piacere: iper-connessi ma incapaci di connettere davvero, schermati dalle emozioni come se bastasse un filtro a esorcizzare il dolore. Abbiamo digitalizzato l’eros e con esso la violenza, trasformando in “contenuti” anche le pulsioni più inconfessabili.
Eppure, come Wanda rivendicava:
Voglio vivere come hanno vissuto Elena e Aspasia, non come le contorte donne di oggi, che non sono mai felici e non danno mai felicità. Che non vogliono ammettere di volere l’amore senza limiti.
Amore senza limiti: che sia il colpo di frusta o il bacio che si fa catena, la carezza che diventa morsa, l’umiliazione che diventa trono. Dolore e piacere sono amanti inscindibili, e nel loro perpetuo scambio di ruoli – vittima e carnefice, schiavo e padrona – si cela l’essenza dell’erotismo: la vertigine di cedere, l’ebbrezza di dominare, l’estasi di non sapere chi tiene davvero in pugno l’altro.

Forse Sade e Masoch non sono così distanti: entrambi hanno riconosciuto che siamo creature ferite, possedute da un desiderio che ci trascende. La differenza è che Wanda impara a cavalcarlo, Justine a subirlo. Una domina, l’altra soccombe. Ma in fondo, entrambe testimoniano che il corpo femminile – croce e delizia, tortura e paradiso – resta il centro incandescente di ogni rivoluzione erotica.
Stromboli, vulcano attivo
Io ho attraversato entrambi questi estremi.
A Stromboli fui Wanda. L’isola stessa lo chiedeva: un vulcano vivo, nero, scosso da eruzioni che illuminano il cielo notturno come frustate di fuoco. Stromboli domina, comanda, impone il suo ritmo. E io, figlia di quell’isola attiva e bruciante, ero regina incoronata dal vulcano.
Imponevo al mio uomo la liturgia del piacere: ogni mio impulso era legge, ogni mio desiderio una condanna. Lingua al mio servizio, corpo piegato ai miei capricci, obbedienza come misura della mia potenza. Lo umiliavo possedendolo, lo possedevo umiliandolo. Ero padrona del suo corpo e del mio, frusta invisibile che lo teneva in catene. Comandare mi esaltava, comandare era la mia forma di amore.
Alicudi, vulcano spento
Ma ad Alicudi mi scoprii Justine. Lì il vulcano tace: spento, addormentato, isola randagia, scabra, silenziosa, fuori dal tempo. Alicudi non comanda, seduce col vuoto. E io, sospesa tra cielo e mare, incontrai la resa.
Non ero più dea che comandava, ma ancella che cedeva. Non più la frusta, ma il corpo piegato. Non più l’ordine, ma l’abbandono. Toni Bentley, in The Surrender, parla della sodomia come atto supremo di resa, varco mistico che annienta e innalza: «È lì, in quel regno oscuro, che il piacere diventa preghiera, e la resa diventa libertà.» Io l’ho conosciuto. La pelle che brucia, il respiro che manca, l’oscurità che si fa rivelazione. Lì ho trovato l’arte dell’abbandono, il sacramento della resa.
In quell’“analchia” che spoglia e dissolve, scoprii la più radicale forma di libertà: l’annientamento che rivela, la schiavitù che libera. Da dea a schiava, da regina a preda, da carnefice ad amata vittima.

Il filo invisibile
Tra Wanda e Justine c’è il filo invisibile che unisce piacere e dolore, possesso e abbandono, crudeltà e tenerezza. Amanti che si infliggono dolore per amore, e amano proprio perché sanno infliggere. Non c’è dominio senza resa, non c’è sottomissione senza potere. Sono due corde di un unico strumento che vibra solo se tese insieme.
E poi c’è il tempo, che non spegne ma quiesce. L’amore che tormenta non si estingue, si ritira come brace sotto la cenere, pronto a divampare non appena riceve ossigeno. E io, nella distanza, ho dato ossigeno. Ora la fiamma che credevo sopita torna a bruciare, potente, possente, inestinguibile.
I venti di Sicilia
Come nella leggenda siciliana dei venti: Scirocco e Tramontana, venti opposti che si innamorano, uno caldo e impetuoso, l’altro gelido e austero. Quando si incontrano, la terra trema, il mare si agita, il cielo si squarcia. Così è l’amore: tempesta che scuote e travolge, che tormenta e libera, che ci fa oscillare tra i poli della carne e dello spirito.
Io sono stata Wanda, ho regnato sul piacere come una dea pagana. Sono stata Justine, ho tremato nella resa come un’ancella dell’oscurità. Entrambe vive in me. Entrambe necessarie. Perché solo oscillando tra comando e sottomissione, tra estasi e supplizio, tra possesso e resa, si conosce davvero la vertigine dell’amore.

Il terzo vento
Eppure, un giorno di ottobre, quando lo Scirocco e la Tramontana si rincorrevano tra le stradine di Stromboli, un terzo vento è soffiato dentro di me. Soffiava leggero e inatteso, portando con sé un altro uomo. Un incontro di carta e di pelle, nato tra scaffali e parole, davanti a una pila di libri. Era fascinoso, ironico, con lo sguardo di chi ha già visto e non teme più di guardare.
Abbiamo riso, poi danzato in piazza, complici del vento e di un ritmo improvvisato. La notte è scesa lenta, e il suo passo mi ha spiazzata: non c’era dominio né sottomissione, solo desiderio puro, in stato di grazia. Ci siamo sfiorati come se la pelle fosse un linguaggio antico, una preghiera che precede la parola.
Mi ha chiesto di spogliarmi per lui nell’oscurità rischiarata da un lume di candela. E io, che tante volte avevo imposto, comandato, diretto, ho obbedito con naturalezza. Il suo sguardo mi ha accarezzata prima ancora delle sue mani. Mi ha baciato lento, irriducibile, come se volesse imprimermi il suo respiro. Le dita hanno tracciato i contorni del mio corpo come una mappa sacra, si sono insinuate tra le pieghe del desiderio, toccandomi dentro, in quel punto in cui l’anima confina con la carne.
Fu un incontro breve e immenso, un lampo di pura carnalità, un abbandono che non chiedeva né promessa né ritorno. Un rito improvviso, pagano, dove tutto tornava a essere semplice, essenziale, vivo: pelle, battito, respiro.
Quando l’alba arrivò, non restò che il profumo della candela e il vento che ancora muoveva le tende. Avevo conosciuto un altro volto del piacere, quello che non umilia né redime, ma accende. Un amore senza nome, senza catene, senza ruoli. Il vento del terzo atto: quello che non brucia, non annienta, ma trasforma.
E così, tra Wanda e Justine, ho trovato una nuova me. Né padrona né schiava. Solo donna. Nuda, viva, attraversata dal vento.

Nel magma dell’anima, dove il pensiero si fa carne e la carne diventa pensiero, nasce Filoso-FICA: rubrica di erotismo e filosofia, di piaceri e riflessioni, di corpi che pensano e menti che godono.
Roberta Denti – libraia, scrittrice e pellegrina erotica – esplora le vertigini del desiderio, le sue contraddizioni, le sue estasi, tra vulcani, isole e amori impossibili.
Ogni mese un viaggio sensuale e visionario dentro l’erotismo come atto di conoscenza.

