Molti filosofi greci pensavano che il mondo fosse eterno e non creato dal nulla; nei miti greci anche gli dèi nascono o vengono generati, quindi non sono creatori assoluti dell’universo. Nel nostro immaginario, invece, è l’esatto contrario: è Dio a essere eterno, ed è lui ad aver creato il mondo e tutto quello che ci sta dentro. Creare è un’azione divina. Lasciamo perdere poi il risultato: “un incubo da indigestione, durante una siesta di Dio” scrive Gesualdo Bufalino parlando della “creazione” (sempre in termini simbolici, chiaramente). Tuttavia, creare, quando sei Dio, è un sciocchezzuola… ma certo, sei Dio! Molto più arduo per gli esseri umani, che quando creano opere notevoli sanno ben distinguersi. Pensate a Michelangelo, per esempio (che pure aveva una predisposizione naturale – divina? – alla creazione; come spiegare altrimenti le sue incredibili capacità creative?). Creare, con questi presupposti, non può certo essere considerata un’arte minore, anzi, è l’ars maxima: esiste arte maggiore di quella passata fra le mani del Buonarroti? Il confronto è impietoso, qualsiasi altra arte paragonata a quella si fa minuscola, altro che minore. Ma per fortuna si può anche creaticchiare, come mostra questo stesso termine appena creato per parlare appunto dell’arte minore del creaticchiare, che è sì creare, ma per vivere, non per generare mondi, istituire paradigmi o sbalordire l’umanità. Una frase di Jules Renard mi torna spesso alla mente: “Quando un uomo, lungo una giornata, ha letto un giornale, scritto una lettera e non ha fatto male a nessuno, è più che sufficiente”. Sostituite a “scritto una lettera” creaticchiato, e tutto vi apparirà più chiaro. Io, per esempio, oggi ho scritto questo testo, posso ritenermi soddisfatto. Nulla dies sine linea (nessun giorno senza una linea), come scriveva Plinio il Vecchio riferendosi al pittore Apelle? Sì, ma non solo. Perché creaticchiare ha sì uno sguardo verso se stesso e il proprio miglioramento, ma soprattutto dà forma al nostro essere, ci permettere di scegliere chi siamo, dato che l’essere umano, come pensava Sartre, è condannato a essere libero e non ha alcuna natura che lo precede a cui attingere: la sua condizione è quella di chi si fa vivendo. Scegliete la vita, come direbbe Mark Renton, creaticchiate, e non rompete le scatole agli altri.
s.

Illustrazione di Romareloaded

