L’anello di Gige

Di Michele Savino

Gige. Son divenuto re e l’altro re è stato assassinato.
Nessun rapporto fra le due cose. Ecco l’anello.

Simone Weil

Era il 1974 quando fu pubblicato Working, fondamentale testo d’inchiesta sociale in cui il tema del lavoro viene affrontato in forma d’intervista ai lavoratori. L’autore, Studs Terkel, riuscì a restituire uno spaccato tanto doloroso, quanto schietto e onesto del variegato panorama lavorativo nella società americana del tempo; Terkel esordisce individuando e dichiarando brutalmente il fulcro tematico che accomuna le molteplici testimonianze raccolte:

Questo libro, essendo un libro sul lavoro, è, per sua stessa natura, un libro sulla violenza – allo spirito come al corpo. Parla di ulcere e di incidenti, di urla e di risse, di esaurimenti nervosi e di bastonate. Parla soprattutto (o sotto sotto) di umiliazioni quotidiane. Sopravvivere alla giornata è un trionfo sufficiente per i feriti che camminano tra i tanti di noi.1

Le parole di Terkel risuonano quanto mai attuali e colgono acutamente quel dolore che l’umano incontra ogni qualvolta lo si pieghi ad essere un meccanismo efficiente o peggio un pezzo sostituibile di una meccanica lavorativa inarrestabile.

L’autore di Working ha saputo inoltre focalizzare gli stratagemmi a cui ciascun lavoratore ricorre per preservare la propria dimensione umana all’interno di questa morsa disumanizzante; svariate testimonianze fanno emergere la necessità di sdoppiarsi psicologicamente, di separare se stessi dalla mansione che si sta svolgendo, di concepire il lavoro come un ruolo automatico, un’armatura attoriale al cui interno si cerca di preservare la propria molle fragilità mortale. Questo processo di dissociazione permette inoltre al lavoratore di estraniarsi quando subisce le imposizioni subordinanti e contemporaneamente gli consente di anestetizzare le proprie convinzioni morali ogni qualvolta la legge del profitto lo richieda.

Terkel ricorda come, durante l’intervista, accadesse frequentemente che “mentre parlavano del loro lavoro, era come se non si trattasse delle loro vite. Era una questione estranea.”2

Questo singolare processo di separazione instaura un meccanismo per certi versi affine a quello narrato nella leggenda platonica dell’anello di Gige: l’onesto pastore Gige entra casualmente in possesso di un magico anello che ha il potere di renderlo invisibile qualora lo indossi con il castone rivolto all’interno; sfruttando questo potere Gige si reca a palazzo, seduce la regina e col suo aiuto uccide il re prendendone il posto.

Nel testo platonico questa storia serve ad esemplificare la tesi per cui la moralità sarebbe solo una convenzione che si regge sul timore della sanzione punitiva e che quindi anche l’uomo più onesto, se non visto da altri, tenderebbe ad approfittarsi delle situazioni a proprio vantaggio.

Ciò che interessa in questa sede, indipendentemente dalle questioni platoniche di moralità e giustizia, è strettamente il concetto di separazione, di separare se stessi dall’azione compiuta:

L’anello di Gige divenuto invisibile; questo è l’atto del separare. Separar se stessi e il delitto che si commette. Non stabilire una relazione fra le due cose.3

L’anello di Gige, opportunamente tarato lavorativamente, consente al singolo di accettare e interiorizzare ogni forma di supina obbedienza agli ordini, indipendentemente dal rapporto di tali ordini con la propria posizione morale; la scissione di sé dall’azione compiuta è resa possibile dal ruolo sociale o lavorativo interpretato, similmente a quel soldato, rammentato da Tolstoj, che si dichiarava pronto a fucilare il proprio padre qualora egli si fosse ribellato a un arresto o fosse fuggito. Nel caso di Gige, invece, il ruolo è rappresentato dall’eccezionale condizione dell’invisibilità stessa.

Tra me e il soldato che sono c’è la separazione del ruolo, sicché ciò che compio come soldato non ha nulla a che vedere con le mie azioni in quanto uomo. “Faccio solo il mio lavoro” potrebbe rispondere il soldato sfoderando il rassicurante grimaldello della professionalità.

Significativa, a tal proposito, la testimonianza del venditore Tim Devlin, riportata da Terkel:

Ero uno dei loro soldatini. Ho letto i manuali di vendita. Se il cliente dice questo, voi dite quello. Rigiralo, tienilo in pugno e – bum! – fallo firmare sulla linea tratteggiata. Gli si propongono delle stronzate. Ti muovi, fai i salti mortali, ti vendi e lo convinci a firmare. Hai vinto un round. Il giorno dopo si ricomincia. Che diavolo sto facendo? Non mi piace. Il mio matrimonio sta andando a rotoli. Guadagno bene, ho un’auto aziendale: è quello che vuole mia moglie, ma io mi sento in colpa. Comincio a mettere in discussione le cose.4

Lo sdoppiamento decentra il senso di colpa, traslandolo dalla coscienza al ruolo, dove, arruolato, vi sarà disattivato; ciò consente all’uomo di non impazzire e contemporaneamente di continuare a sopravvivere, perché, come acutamente notava Tolstoj:

Tutti gli uomini del mondo moderno esistono in uno stato di continuo ed evidente antagonismo tra la loro coscienza e il loro modo di vivere.5

Il funzionamento dell’anello sopprime il suddetto antagonismo sedando la coscienza a favore della sopravvivenza. Tale sensazione emerge in molte interviste raccolte in Working, come quella al pubblicitario Walter Lundquist:

Il mio ruolo era quello di creare un’immagine divertente, un’eccitante allegria tra ragazzi e ragazze nel mercato della birra leggera. «Birra light»: questa è la frase pubblicitaria usata per la birra annacquata. Così il ragazzino imbranato pensa di essere uno stallone che lotta per conquistare la ragazza consumando tutto quell’alcol.
Si comincia a dire: «Che cazzo sto facendo? Sono seduto qui a distruggere il mio paese». La sensazione diventa sempre più forte e all’improvviso tuo padre muore.6

Ed eccola lì, la morte, che improvvisamente scuote l’automa ipnotizzato e lo porta a gettare l’anello, o perlomeno a interrogarsi sul suo funzionamento; perché il rischio principale non è quello di sdoppiarsi ciclicamente attraverso il ruolo, bensì di rimanerne imprigionati, fino a coincidere inconsapevolmente con esso. Questo punto è stato ben evidenziato da Roberta Victor, una giovane prostituta intervistata da Terkel:

Si diventa il proprio lavoro. Io sono diventata quello che ho fatto. Sono diventata una puttana. Sono diventata fredda, dura, spenta, insensibile. Anche quando non mi davo da fare, ero una puttana. Non credo che sia molto diverso da chi lavora alla catena di montaggio per quaranta ore alla settimana e torna a casa alienato, intorpidito, disumanizzato. Le persone non sono fatte per accendersi e spegnersi come interruttori.7

Accendersi e spegnersi attraverso il ruolo, apparire e scomparire attraverso l’anello, accantonare la propria irriducibile identità umana divenendo automi camaleontici. Servendoci abitualmente dell’invisibilità morale fornita dall’anello, grimaldello di Gige, non corriamo forse il rischio di diventare definitivamente invisibili come uomini e in quanto umani?

L’anello risulta accattivante perché fornisce la comodità dell’alibi e deresponsabilizza la coscienza; il processo di scissione tramite ruolo è ciò che consente al singolo di agire sovente spietatamente nelle dinamiche lavorative, senza per questo provare senso di colpa:

Solo perché in quel momento non si credono uomini, bensì governatore, funzionari, generale di gendarmeria, ufficiali, soldati e perché considerano loro dovere obbedire, non alle esigenze eterne della coscienza, ma alle esigenze temporanee e occasionali della loro posizione.8

Nel ruolo io come uomo divento invisibile e forse, in certo qual modo, incosciente della portata delle mie stesse azioni o decisioni:

Un proprietario di officina. Ho questi e quei godimenti costosi e i miei operai soffrono miseria. Può avere sincerissimamente pietà dei suoi operai e non stabilire il rapporto.
Perché nessun rapporto si forma se il pensiero non lo produce. Due e due rimangono indefinitamente due e due se il pensiero non li congiunge per far quattro.9

Il rischio insito in questo processo di separazione è che, per abitudine o convenienza, si diventi col tempo indifferenti o peggio inconsapevoli di tale separazione compiuta; l’anello di Gige è una comoda chiave che ci consente di fronteggiare le dinamiche sociali e lavorative, ma sottende il pericolo che, viziando la coscienza con quest’orpello scintillante, si diffonda un cupo clima di generalizzata disumanizzazione opportunistica.

Perché, tanto, pure il boia faceva solo il suo lavoro e, finito di lavorare, tornava a casa ad abbracciare la famiglia.

Note

  1. Studs Terkel, Working, Marietti Editore, Bologna 2024, p. 39. ↩︎
  2. Ivi, p. 44. ↩︎
  3. Simone Weil, L’ombra e la grazia, SE, Milano 2021, p. 130. ↩︎
  4. Studs Terkel, op. cit., p. 218. ↩︎
  5. Lev Tolstoj, Il regno di Dio è in voi, goWare, Firenze 2023, p. 130. ↩︎
  6. Studs Terkel, op. cit., pp. 357-358. ↩︎
  7. Ivi, p. 98. ↩︎
  8. Lev Tolstoj, op. cit., p. 279. ↩︎
  9. Simone Weil, op. cit., p. 130. ↩︎

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Immagine: Donn P. Crane, Gigi e l’Anello Magico, fiaba italiana


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