Di Stefano Scrima – Foto di mal_photo
Da quando ho saputo che i Lemonheads, una delle band underground americane più fiche degli anni Novanta, sarebbero venuti a suonare a Roma, la mia percezione dell’apocalisse è cambiata. Davvero esistono ancora i Lemonheads? E vengono a suonare a casa mia?
Allora il mondo non è poi così brutto, c’è ancora speranza, anche se Evan Dando ha quasi sessant’anni (portati bene, certo: chioma dandesca d’ordinanza, completo scuro, Converse e si va sul palco a comandare), l’energia è la stessa di sempre. Menzione d’onore va anche agli altri due componenti della band che, sebbene non siano gli originali del 1986, non sfigurano affatto: Farley Glavin, al basso dal 2014, e John Kent, alla batteria dal 2023. In particolare Glavin, con la sua camicia di flanella a quadrettoni neri e rossi, ci ha fatto fare un tuffo di testa nei Novanta di cui c’è un disperato bisogno.
Non solo per nostalgia, forse un po’ sì, ma si tratta soprattutto di genuinità: i Lemonheads sono dei giganti perché trasmettono l’impellenza primordiale di fare musica e sono capaci di trasportarti nel loro mondo scanzonato e malinconico, fatto di quell’indie f*****g rock cristallino e di quell’alternative pop-punk che ha ridefinito un modo di fare musica di cui oggi – boomer alert! – si è perso lo stampo.


Ed è proprio quello che hanno fatto ieri sera al Monk, in un live senza soluzione di continuità fra i pezzi nuovi dell’album Love Chant (2025) e i classici di It’s a Shame About Ray (1992) e Come On Feel the Lemonheads (1993) e qualche cover; anche l’impatto visivo, con suggestive proiezioni di film d’autore a scorrere sul fondo della sala, ha contribuito a creare un’atmosfera sognante. In verità qualche parola fra un brano e l’altro c’è stata, e soprattutto queste, in italiano: “Sei proprio un grasso menefregista… guardo la tivù ogni pomeriggio, quando l’accendo vedo un gran cazzo…”, l’incipit assurdo di “Cazzo Di Ferro”, chicca dell’album Lick (1989).
Ma le vere protagoniste della serata sono state le canzoni (e la chitarra di Dando, a tratti mistica). Per me il culmine si è raggiunto con “Confetti“, una delle mie canzoni preferite in assoluto, dalla melodia che ti si stampa in testa e non se ne va più, lasciandoti addosso un’amarezza ineffabile. Poi vai a leggere il testo e capisci perché: “He kinda shoulda sorta woulda loved her, if he could’ve” (“In un certo senso avrebbe dovuto amarla, se avesse potuto”), un’immagine che descrive crudelmente la discrepanza fra possibile e reale che condiziona le nostre esistenze sbilenche.
Subito dopo “Fear of Living“, questa molto più recente (singolo del 2023 scritto con Dan Lardner, tragicamente scomparso lo stesso anno), il cui ritornello recita “Life is short and unforgiving” (“La vita è breve e spietata”), che pur parlando di morte riesce a trasformarsi in un incredibile inno alla vita.
Ci vuole più vita nella musica, perché la musica non è solo musica, è una ragione, o forse una religione, se ci credi è tutto.

Non c’è molto altro da aggiungere.
Ah sì, alla fine ho preso la mitica maglietta che riproduce fedelmente quella del 1991 con lo slogan: “Kindergarteners Go Home”. Ai bambini di oggi direi questo: prima di tornarvene a casa, passate a vedere un concerto delle Teste di Limone, o di una qualsiasi altra band che abbia in corpo anche solo un’aspra goccia del loro spirito!

