George Best

Di Donato Novellini

Nel 1987 la new wave albionica non era altro che un ridotto romantico per oltranzisti, come ben esemplificato dall’esordio rumoroso di Jesus & Mary Chains (Psychocandy) di due anni prima o al contrario dalle barocche tessiture 4AD, a tutti gli effetti già progenitori dello shoegaze di lì a venire. Prima della fusione nel crossover house della decade a venire e dei citazionismi retrò anni zero, vi fu chi virò verso innovativi lidi dance (pensiamo ai Freur poi Underworld, ai New Order o ai The Beloved) e chi diversamente optò per un ritorno alla nobile tradizione chitarristica (Smiths ovviamente, House of Love, My Bloody Valentine, Spacemen 3). Anni di mutamenti radicali e di sovrapposizioni stilistiche, tempi di piccoli gioielli dimenticati, dischi di culto come ad esempio l’originale battesimo dei Wedding Present, quartetto di stanza a Leeds già presente sulla seminale audiocassetta C86, diffusa a suo tempo dal NME. Musicalmente reazionario, per la vocazione spontaneista alla strumentazione rock, tutt’altro che studiata, George Best è caratterizzato da un riuscito amalgama di riferimenti divenuti poi etichette – dream pop, pub rock, post punk, vaghe sfumature Oi! – tenuti insieme da un granitico muro di chitarre e dalla voce stentorea di David Gedge. Dodici pezzi trascinanti, massicci, coinvolgenti che corrono veloci tra i solchi; ma chiaramente ciò che rende l’album inconfondibile, appetibile anche ad un qualunquista, in quanto oggetto fisico a discapito del passare degli anni, resta la memorabile copertina. Furba, ruffiana, sciovinista? Forse, epperò altrettanto efficace ai fini della riconoscibilità, addirittura dell’appartenenza a un comune sentire. Su quel cartoncino incorniciato di verde palude, è ritratto con addosso la gloriosa casacca dei Red Devils, nientemeno che George Best, il simbolo anticonformista del calcio anni ’60. Foto notevolissima, che coglie l’atleta nord-irlandese nella classica posa dinoccolata, con maglia fuori dai calzoncini, barba e capelli lunghi, sguardo accigliato da combattente con le gambe sporche di fango, come nel rugby. Degna di nota la vecchia divisa del Manchester Utd priva d’orpelli, rossa col colletto bianco, senza sponsor senza marchi tecnici, neppure lo stemma societario tanto per dire. Sobria nostalgia, riguardo a quell’estetica ancora non deturpata da invasive esigenze commerciali. L’atleta ribelle, già icona popolare sui murales della natia Belfast e protagonista indiscusso della cronaca mondana di pettegoli tabloid, diventa in questo caso pretesto per un omaggio alla carriera. O forse meglio al perdurante carisma, tant’è che quel volto indimenticabile compare anche nella busta interna, in una sintesi grafica Pop-Art bianco e nero, non dissimile dall’operazione iconografica fatta con Che Guevara. Un connubio, quello tra football e scena indie anglosassone, da sempre vivacissimo, ma certamente mai come in questo caso palesato con tanta evidenza. Titolo del disco e copertina, a imperituro tributo. Eppure l’album non tratta solamente di calcio, bensì indaga – come solo gli inglesi sanno fare – proletarie storie di vita comune, sotto-umanità da pub, romantiche disillusioni e delusioni sentimentali, in questo confermando la vocazione tutta anglosassone all’affabulazione del sopravvivere quotidiano; pensiamo ai Buzzcocks, ma pure ai Fall di Mark E. Smith o ai Gang of Four, tutti presenti sottotraccia nell’urgenza poetica dei Wedding Present. Menzione speciale per gli inni da “pinta traboccante” Everyone thinks he looks daft e Give my love to Kevin.

George Best – The Wedding Present, Reception Records, 1987.


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