Elogio di Edda

“Oggi, sei dicembre / Io sono come un foglio bianco” cantavano i Marta Sui Tubi; al Monk c’è Edda; e noi – Mattia, Carmine (pronto a scattare qualche fotazza) e io – si va, ovviamente.

Edda è in giro col nuovo disco, MESSE SPORCHE – sì, le mutande, quelle della copertina. Edda, diciamolo, è il miglior songwriter italiano vivente. Anzi, forse pure mondiale. Personalmente gli metto davanti solo Josh Homme. Sul piano dei pugni nello stomaco, dei testi che non sai se sono rivelazioni o bestemmie in forma di preghiera, è di un’altra categoria. Va addirittura oltre al “fanciullino pascoliano”, è una Pizia moderna, uno di quegli oracoli attraverso cui parlano gli dèi – chi mai potrebbe cantare “La tua bocca sa di cazzo, adesivo come il sole scioglie il ghiaccio” senza sembrare un dodicenne che vuole scandalizzare la prof di religione? Solo Edda. E in più ha una voce assurda, un’ugola che sembra fatta di vetro e miracoli. Non so se sia mai esistito un connubio così perfetto tra scrivere, comporre e cantare.

Disco clamoroso (Edda, Messe sporche, Woodworm/Universal, 2025)

E allora uno si chiede: perché non è sulla bocca di tutti? Perché non lo invitano a Sanremo a far saltare il banco? Perché non ne parlano i giornali, gli influencer, i talk show? È semplice: l’Italia non se lo merita. Mettiamola così e andiamo avanti, ché altrimenti ci deprimiamo.

Veniamo al concerto. Il famigerato “concerto presto” del Monk effettivamente inizia presto: non proprio alle 19, ma poco dopo, giusto il tempo di uno spritz al freddo e di scoprire che non c’è la taglia della maglietta che volevo comprare.

Sale prima la band, poi lui. Look devastante: calzoncini corti, scarpe da trekking, felpone col cappuccio. Un mix tra Angus Young, Eddie Vedder e Liam Gallagher, ma come se li avessi messi nel frullatore dopo una notte insonne.

La band: Francesco “Killa” Capasso – chitarra elettrica / acustica; Luca Bossi – basso, tastiere / synth; Diego Galeri – batteria; e ovviamente Edda (voce e chitarra). Foto di Carmine Nicoletti

Attaccano con “La diavoletto”, singolo del nuovo album, primo brano della tracklist e uno dei due pezzi disponibili in streaming. Gli altri sette – ché l’arte a volte va toccata con mano – stanno solo sul supporto fisico. Poi arriva “Giorni di gloria“, l’altro brano “pubblico” del disco:

Oggi è un giorno di Gloria, alza la tua radio, colla tua faccia da timido forse non ti vendono.

Dopo i due pezzi nuovi torna indietro nel tempo con “Coniglio rosa” (da Stavolta come mi ammazzerai?, 2014), che per me resta il miglior disco italiano degli anni Dieci, punto, senza dibattito. Ma magari ci torno dopo, perché Edda non ti dà il tempo di formulare pensieri troppo civili: ti apre la testa e ci butta dentro un altro pezzone del nuovo album, “Mucca rossa“. Lo introduce ridendo, dicendo che è un plagio di tre pezzi: “Pugni chiusi”, un brano non meglio precisato di Jovanotti, e un pezzo dei Formula 3 che “tanto voi siete troppo giovani per riconoscerlo”.
E poi c’è quel ritornello che entra dritto nel midollo:

E non piangere io piangerò / solo il tempo di darti una mano
e non scrivere io scriverò / prima cosa stammi lontano.

Neanche il tempo di riprenderti e via, parte “Pater” (sempre da Stavolta come mi ammazzerai?). Uno dei pezzi più belli di Edda, una confessione che graffia dall’interno:

Tutte le volte che vedo mio padre
esco di casa con la voglia di ammazzare
non capisco perché
ma io c’ho voglia di uccidere.

Subito dopo arriva “Organza“, dal primo disco solista Semper biot (2009). Quella canzone che già allora fece capire che avevamo davanti un fuoriclasse.

Si torna al presente con “5 meno meno“, dal nuovo album. La presenta come “ispirata agli ZZ Top”, con un riff effettivamente sporco e quadrato. Poi è il momento del pezzo dove compaiono le “messe sporche”: “Family Day“. È quello della “bocca che sa di cazzo”, sì. Altro pezzo clamoroso. Segue un piccolo siparietto parlando di Sabrina Salerno a Belve. Dice: “Vedi, sembra una mangiatrice di uomini e invece è una donna con delle fragilità. Io invece sono come sembro, cioè un coglione.” Il Monk ride, lui pure, e il clima torna morbido giusto in tempo per farti di nuovo del male con “Io e te“, uno dei classici del primo disco.

Lo sai che non potremo più volerci bene
Lo sai che questa volta sarà l’ultima storia
Ti prego, quasi io ti pregassi, portami da Dio
Ti prego di non muoverti, fammi stare dove son nata
Resisto al suono che fa la sua disperazione
A quel rumore di gola piena di carta.

Poi arriva la doppietta “Stellina” (Stavolta come mi ammazzerai?) e “Signora” (Graziosa utopia, 2017), due brani tiratissimi. In particolare “Signora”, dal vivo, diventa un animale gigantesco: l’arrangiamento si apre, si contorce, esplode. Roba da stendere chiunque.

Foto di Carmine Nicoletti

Si torna al nuovo disco con “Macchia“, l’ultimo pezzo della tracklist, un’altra rasoiata:

Come il sangue ti giro intorno
anche se non ho bisogno di un nuovo giorno, vedrai.

Poi annuncia una canzone che “a lui non piace, ma piace al pubblico”, cosa già di per sé assurda perché per me questo pezzo spazza via tutti i brani presentati a Sanremo negli ultimi… (metti pure qui gli anni esatti che ha Sanremo, tanto il concetto è quello). È ovviamente “Spaziale” (Graziosa utopia):

L’amore di ogni giorno diventa normale
è sempre una fatica
tu la guardi e lei ti fa male
non mi posso sempre curare.

E quando pensi che stiamo per atterrare, no: parte “Zigulì” (Graziosa utopia), bellissima:

La tua saliva è la mia Coca-Cola.

Arrivati qui, Edda ringrazia, fa un inchino storto e dice:
“La messa è finita, andate in pace.”

Ovviamente nessuno se ne va. E infatti tornano per il bis:
prima “Dormi e vieni” (Stavolta come mi ammazzerai?), un pezzo devastante:

Illumina la notte, non mi lasciare sola.

E chiudono con “Benedicimi” (Graziosa utopia), un finale perfetto per una liturgia profana:

Ti prego di non farmi male
ti prego non desiderare
tu sei la figlia del demonio
non la sorella di sant’Antonio
tu hai il potere di straziare
di farmelo venire male
ci sono figli del demonio
tu sei la figlia che non voglio
meglio così benedici
tanto nessuno è normale
fattela passare
meglio così benedicimi
tanto nessuno è normale
fattela passare.

Sipario. Luce. Fiato che torna (forse). Messe sporche, anime pulite. Edda che scende dal palco, imbracciando il suo marsupio, come se niente fosse. E noi che torniamo nel freddo romano sapendo benissimo che un live così non lo rivedremo tanto facilmente.

Foto di Carmine Nicoletti

Ora, che Messe sporche sia il disco dell’anno l’avevo già detto qui (recensione caratteriale). Che altro dire? Boh. Ho già detto che Stavolta come mi ammazzerai? per me è il miglior disco degli anni Dieci, stando stretti? Ok, lo sto dicendo di nuovo. Nel 2014, quando anch’io suonavo, aprii la data romana (a Le Mura) del tour di quel disco. Memorabile, per me. E dunque sì: vorrei avere Edda come miglior amico, poterlo chiamare – come voleva fare Holden con i suoi autori preferiti – ogni volta che ascolto una sua canzone, farmi spiegare da dove arrivano certe frasi che sembrano scritte in uno stato di possessione. Ma poi mi dico che forse è meglio di no, gli oracoli non li chiami al telefono. Li ascolti e li lasci liberi di continuare a sputare verità incomprensibili senza che nessuno gli rompa l’anima. Edda, per fortuna, fa esattamente questo. E noi, ogni volta, restiamo lì a raccogliere i pezzi.

s.


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