Di Donato Novellini
Gli incontri musicali messi da parte, quelli sommersi da una magica coltre di prolungato silenzio, di sicuro destinati alla piccola leggenda dei ricordi smemorati, possono talvolta saltar fuori da una vecchia cassa di legno contenente impolverate audiocassette risalenti al secolo scorso. Tra queste, “Parole d’amore scritte a macchina” dell’ineffabile Paolo Conte (guai a dire Maestro! Poi si va a finire come Battiato, a insegnare agli angeli l’aramaico), all’anagrafe ben 36 anni di vita, ma probabilmente, nel riascoltarla, esente da sempre di datazione precisa. Ha forse un tempo l’inattuale autore di “Azzurro”, che non sia quello della musica senza tempo? O bellamente contro il tempo? cantore di paesaggi romanzati di provincia, epperò sognando Parigi e l’America in bianco e nero dei gangster e delle ballerine come Fred Buscaglione; un elegante gusto rétro che pare di leggere Céline quando racconta i passages dell’infanzia, diverso da quello della modernità evoluta pur senza essere stucchevolmente passatista – diciamo ticchettio fine ‘800 e primi del ‘900, quel soffio ancora romantico della locomotiva, giusto prima delle avanguardie astratte – l’avvocato astigiano rilascia qui un episodio anomalo, come abbozzato, senza batteria tutto piano e echi verdiani (“Il Maestro”), a tratti ermetico a tratti sognante. Certo non mancano gli ingredienti classici, come Il jazz primigenio, quei ghiribizzi di donne eleganti con cappello infiorato, dal teatro al cinematografo è un attimo, i paesaggi esotici immaginati da Salgari; poi memoria di acquerelli à la De Pisis o Gen Paul, tutto il passato glorioso del canzoniere rauco: il Mocambo, tinello maron, la Topolino amaranto, gelato al limon, ratafià e ciclismo, chissà quante altre meraviglie desuete, nel medagliere liquoroso degli anni precedenti, accantonate per far spazio a nuove chimere, ad altre bizzarrie da soffitta con vista Quartiere Latino. Ecco, quello stile disimpegnato e ironico, bofonchiante e suggestivo, che relegò per anni Paolo Conte nel suo mondo a parte, così lontano dal cantautorato barbuto e politicamente schierato, muta lievemente registro in questa occasione. Nessun stravolgimento, per carità – l’astigiano ha ben saldo il volante della sua Lancia Fulvia d’epoca, direzione Barbaresco o Borgogna – ma l’atmosfera si fa più variegata, andando a lambire allegorie inedite; melanconiche? Surreali? Stravaganti? Intimiste? forse l’uscita estemporanea dall’auto-cliché, o forse il capriccio di un fuoriclasse in vena di nuove confidenze. Titolo emblematico, retro-futurista (viene in mente, chissà perché, “Scatole d’amore in conserva”, di Filippo Tommaso Marinetti), ma soprattutto imbellettato da una notevole copertina d’autore. E che autore! Sulla carta arancione della vecchia audiocassetta, fa bella mostra di sé un ritratto espressionista del musicista, firmato Hugo Pratt. L’autore di Corto Maltese, per molti versi affine alla poetica novecentesca di Paolo Conte, rilascia uno schizzo d’essenziale efficacia, dal segno profondo, istintavente schietto, con tutto lo snobismo dell’abbozzo fumettistico in sé già perfetto: l’uomo coi baffi, incravattato e col tipico sguardo accigliato, è circondato da donne lascive, le quali nella costruzione generale del disegno, paiono più pensieri o sogni, liquide pose idealizzate di muse e nuance négritude, che figure verosimili fissate nella scena. Desideri e sofismi seduttivi, fantasmi si mescolano forse al disincanto di un habitué al club, sul fare dell’alba, all’ultimo giro di whisky. Valgano a corollario alcune parole del celebre disegnatore veneziano: “La parola evasione che dà tanto fastidio ai materialisti storici, significa scappare da qualche cosa; l’avventura è cercare qualche cosa, che può essere bella o pericolosa, ma che vale la pena di vivere.” Qui Tratteggiata in tavola, scritta a macchina e musicata, nell’incontro perfetto di due avventurieri molto eleganti.

Canzoni d’amore scritte a macchina – Paolo Conte, CGD, 1990.
