Non è bello essere rifiutati. Da una persona con cui vorremmo avere un relazione non ne parliamo nemmeno, ma anche in quei momenti minori della vita che messi tutti assieme decidono la persona che siamo: essere rifiutati da un editore per esempio, sei sei uno scrittore, è una ferita che si fa solo finta di imparare a schivare, in realtà fa sempre male; soprattutto quando il rifiuto corrisponde al silenzio o a una di quelle mail standard che ti fanno capire che non meriti nemmeno lo sforzo di una risposta vera. O ancora quando il rifiuto è motivato ma totalmente illogico – e di nuovo capisci che non non meriti nulla – del tipo: “ci piacerebbe pubblicare il tuo libro ma abbiamo la programmazione piena fino al duemilamai”. Va bene, ma se davvero è così, allora perché non mi chiedete di attendere il duemilamai? E se non avessi altri impegni per tutto il resto dell’eternità? Oppure: “È molto bello ma troppo breve per noi”. Va benissimo, ma se davvero è così, perché non mi chiedete di ampliarlo? Misteri. Tuttavia, anche rifiutare non è bello. Capita a tutti di stare dall’altra parte e quando ci rimaniamo per un po’ ne capiamo la difficoltà. Se sei un editore, poi, e quindi investi soldi e tempo, hai tutto il diritto di rifiutare (certo, un po’ di gentilezza e logica non guastano mai). Quando siete voi a dover rifiutare qualche richiesta vi sentite in colpa, perché vi rivedete nel rifiutato, o perlomeno così fanno le persone dotate di empatia. Ma come fare, dunque, a rifiutarsi di fare qualcosa? Dire semplicemente un “Preferirei di no” alla Bartleby non basterà, rendendovi banali e irritanti. Meglio dedicare una risposta sensata che motivi la vostra impossibilità a portare a compimento la richiesta. Eh ma ci vuole tempo, mi direte. È vero, e per questo dovreste avere già salvata in bozza una traccia di rifiuto da personalizzare alla bisogna; ma che dica cose vere, non illogiche. Se poi userete uno stile manzoniano è ancor meglio, poiché poi nessuno vorrà più avere a che fare con voi. Così scrive Alessandro Manzoni, nel 1844, a un certo Giuseppe Spandri, il quale gli aveva mandato un suo libro in lettura:
Riveritissimo Signore,
La mia cattiva salute e delle occupazioni pressanti non mi hanno ancora permesso di leggere il libro ch’Ella s’è degnata di favorirmi. Ma quand’anche avessi già potuto soddisfar questo mio desiderio, mi sarebbe a ogni modo impossibile il far ciò che, per una eccessiva indulgenza, Ella mi fa l’onore di voler da me; giacchè il sentimento della mia assoluta inettitudine a giudicar l’opere altrui, mi ha fatto prendere il sistema invariabile d’astenermene.
Gradisca la sincera mia scusa, i miei umili ringraziamenti e le proteste del distinto ossequio, col quale ho l’onore di dirmele
Devot.mo obb.mo servitore
Alessandro Manzoni
Cosa impariamo da questa lettera? Due cose: 1) Le bugie bisogna saperle dire. 2) Se sai scrivere hai risolto metà dei tuoi problemi.
s.
*
(Un sentito ringraziamento va a messer Antonio Castronuovo, al quale devo la felice scoperta della lettera di Manzoni).

Illustrazione di Romareloaded
