La mia immersione nel mondo febbrile di Nan Goldin
Di Roberta Denti
Nan Goldin life’s work is a veritable feast for those with an appetite for analysis.
(La vita artistica di Nan Goldin è un festino visionario per chi sa divorare le immagini con l’anima.)
The Storyteller, testo di Anne Sward tratto dal catalogo della mostra
Cronaca caotica di una mostra che brucia: ferite, desideri e la furia luminosa di sopravvivere
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THIS WILL NOT END WELL – e nemmeno io
A volte le mostre non iniziano nello spazio espositivo, ma anni prima – in un’altra sala buia, in un’altra vita.
La mia con Nan Goldin cominciò nel 2017 immersa nel buio di The Ballad of Sexual Dependency alla Triennale di Milano, tra corpi sgranati, desideri in apnea, vite che bruciavano in silenzio.
La Ballad è un diario visivo: uno slideshow febbrile di amanti, queer, drag, notti storte e dipendenze tenere e feroci. Non un reportage: una vita vissuta senza filtri.
E io ero lì con un uomo conosciuto attraverso la scrittura, un corteggiamento fatto di frasi e sottintesi. L’avevo invitato per contenere il desiderio – errore: Nan brucia ogni finzione.
Nel buio, le sue mani ampie sfioravano le mie, in allerta.
Un pendolo di attrazione, poi il cedimento: la mia mano cercò la sua senza chiedere.
Un patto clandestino. Un atto sacro.
E poi il resto: dita che frugavano e mi invadevano nella sala cupa, mentre le immagini di Goldin scorrevano come una colonna sonora torbida al mio stesso disordine. Gemiti coperti e protetti dal sound di I’ll Be Your Mirror dei Velvet Underground, uno dei pezzi della Ballad.
Un gesto proibito, devastante, irrimediabile.

Courtesy l’artista, Gagosian e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio
MILANO – L’HANGAR BICOCCA: RITORNO AL VENTRE
Oggi, varcare gli spazi del Pirelli HangarBicocca per la grande retrospettiva This Will Not End Well dedicata alla sua da opera significa tornare a quel ventre iniziale. A quella ferita. A quella fame.
Torno a lei da sola.
È un percorso attraverso padiglioni neri, ognuno una caverna di memoria desiderio e sofferenza. Non si guarda: si attraversa. E per sentirlo come merita bisogna trascorrere almeno quattro ore immersi in questo villaggio visivo dalla decadente poetica.
La mostra è progettata nell’allestimento dall’architetta Hala Wardé, con la curatela di Fredrik Liew e la presentazione milanese a cura di Roberta Tenconi e Lucia Aspesi.
NAN GOLDIN – LA VIOLENZA, IL VOLTO TUMEFATTO, LA SALVEZZA
Nan Goldin non ha avuto soltanto l’occhio della fotografa: ha avuto l’occhio del sopravvissuto, di chi ha guardato in faccia la propria fine e ha deciso di non consegnarsi all’ombra.
Quando nel 1984 realizzò Nan One Month After Being Battered, il volto tumefatto, l’occhio violaceo, la bocca serrata in un misto di dolore e determinazione, non stava semplicemente documentando un abuso: stava sancendo un patto con sé stessa.
Quella fotografia è un ultimatum visivo.
Un giuramento inciso nella carne:
“Da qui non si torna indietro. Nemmeno di un passo.”
In un’epoca in cui la violenza domestica era ancora avvolta nel silenzio e nella colpa delle vittime, Goldin scelse la luce come arma. Si mostrò, si rivelò, si espose senza protezioni. E nel farlo indicò una via che ancora oggi, quarant’anni dopo, continua a essere rivoluzionaria:
- la vulnerabilità come atto politico
- il corpo ferito come documento
- la testimonianza come forma di liberazione
Ma il punto non è che fosse una vittima.
Il punto è che non è rimasta tale.
Ha trasformato il trauma in militanza, la fragilità in forza, il dolore in alleanza. Quella foto non la definisce: la inaugura. Da lì in avanti, Goldin diventa una combattente – nelle relazioni, nella vita, nell’arte, nelle strade, nei musei, nelle piazze – contro ogni forma di oppressione che annienta i corpi più vulnerabili.
È questo che serve alle donne di oggi: sapere che Nan non si è salvata dalla violenza, ma attraverso la violenza, rifiutando di lasciare che il silenzio fosse più forte della sua storia.
Il suo volto tumefatto è un ex-voto, una dichiarazione di autodeterminazione, un monito contro ogni forma di normalizzazione dell’abuso. È la prova vivente che la sopravvivenza non è mai un fatto privato: è un gesto pubblico, radicale, contagioso. Un atto di disobbedienza che libera tutte.

Courtesy l’artista, Gagosian e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio
ATTIVISMO, AIDS, DAVID WOJNAROWICZ, LA COMUNITÀ QUEER
Quando l’AIDS cominciò a falciare la sua comunità come un incendio notturno, Nan Goldin non rimase spettatrice. Non avrebbe potuto: non quando ogni settimana perdeva un amico, un amante, un fratello, una parte della sua stessa carne.
La fotografia diventò protesta, archivio, memoria.
Si unì ad ACT UP, il movimento più feroce e vitale di quegli anni – corpi nelle strade, corpi nei musei, corpi simbolici sdraiati per denunciare quelli veri che stavano morendo nell’indifferenza generale.
Goldin fotografava, documentava, urlava con le immagini. Faceva ciò che lo Stato non faceva: testimoniava.
Nel 1989 curò Witnesses: Against Our Vanishing, la prima grande mostra artistica dedicata all’AIDS presso Artists Space a New York. Non era una mostra: era un funerale collettivo trasformato in rivoluzione estetica. Una veglia d’arte e rabbia.
Tra gli artisti presenti c’era lui: David Wojnarowicz, il fratello d’elezione, il poeta furioso dell’epidemia.
Ragazzo scappato di casa, prostituto da adolescente, diventato uno degli artisti più radicali degli anni ’80, trasformò la sua rabbia in icone: mappe del corpo, maschere, animali morti, Cristo queer, autoscatti feriti.
David affermava che “trasformare ciò che è privato in qualcosa di pubblico è un gesto che produce conseguenze enormi.”
Nel 2018 vidi una retrospettiva dedicata alla sua opera e alla sua vita da attivista al Whitney Museum: ci rimasi per ore, quasi quanto sono rimasta a vedere la mostra di Nan. A un certo punto mi misi a piangere, come si piange davanti a qualcuno che non hai conosciuto ma sai che ti avrebbe salvata, o almeno capita.
Wojnarowicz non denunciava solo l’AIDS: denunciava l’indifferenza. La violenza del silenzio istituzionale, la complicità della politica, l’abbandono degli emarginati.
Ed è accanto a queste figure – queer, trans, sieropositivi, amanti in fuga, tossicodipendenti, outcast della Bowery – che Goldin trovò la sua vera famiglia. Quella che la accolse quando fuggì dalla casa borghese e disfunzionale. Quella che le insegnò che l’intimità è una forma di solidarietà. Quella che morì a decine, a centinaia. Quella che lei ha salvato – una per una – attraverso l’immagine.
Non erano “figure marginali”.
Erano la sua comunità, la sua identità, la sua vita. La sua famiglia di elezione e selezione.
E in quelle stanze, in quegli scatti, in quelle ceneri, Goldin capì che l’arte non doveva decorare il mondo: doveva difenderlo.
P.A.I.N. E LA GUERRA AI SACKLER – LA BELLEZZA CONTRO GLI OPPIOIDI
La lotta di Nan non si è fermata agli anni dell’AIDS.
Decenni dopo, quando un’altra epidemia – quella degli oppioidi – ha cominciato a devastare gli Stati Uniti, Goldin ha riconosciuto lo stesso schema di morte, complicità e silenzio.
Dopo essere sopravvissuta lei stessa alla dipendenza da OxyContin, ha fondato il collettivo P.A.I.N. (Prescription Addiction Intervention Now) e ha portato la sua battaglia dentro i musei che esponevano la sua opera e contemporaneamente accettavano i soldi dei Sackler, la famiglia proprietaria di Purdue Pharma, responsabile di aver spinto milioni di persone nell’abisso degli oppiacei.
Con P.A.I.N. Nan ha organizzato azioni di protesta spettacolari e chirurgiche:
- bottigliette di pillole finte lanciate nelle fontane
- “die-in” nelle sale dei musei
- striscioni che accusavano i benefattori di essere in realtà trafficanti di dolore
Ha costretto istituzioni come il Metropolitan, il Guggenheim, il Louvre a fare i conti con la propria ipocrisia, fino a vedere il nome “Sackler” cancellato da pareti, ali, targhe.
La sua battaglia è diventata universale con All the Beauty and the Bloodshed, il documentario di Laura Poitras che intreccia l’arte di Nan, la sua storia familiare e la lotta di P.A.I.N. contro i Sackler.
Il film ha vinto il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2022 – un riconoscimento storico, non solo per la potenza cinematografica dell’opera, ma perché consacra l’attivismo di Goldin come forma d’arte totale, capace di fondere memoria personale, militanza e responsabilità pubblica.
Ancora una volta, Nan non ha distinto tra arte e vita, tra estetica e politica: la sua stessa fama è diventata un’arma contro chi lucrava sulle dipendenze.
Per questo dico che Goldin non è solo una fotografa: è una sovversiva della memoria.
Ogni volta che un museo rimuove il nome di un Sackler, una delle sue immagini smette di essere solo bella e diventa giustizia.

Courtesy l’artista, Gagosian, e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio
LA FERITA DI BARBARA – il nucleo incandescente di tutta l’opera di Nan Goldin
Barbara, la sorella maggiore morta suicida, non è un’ombra nella vita di Nan Goldin: è il suo sole nero.
Il punto di origine di tutto: dello sguardo, della ribellione, dell’amore per i misfit, della fuga, dell’urgenza di testimoniare le vite che bruciano troppo presto.
Barbara aveva diciotto anni quando si gettò sotto un treno.
Era brillante, sensibile, inquieta, politicamente sveglia, emotivamente viva in un mondo che voleva spegnerla. Ma in una famiglia borghese ebrea degli anni ’60, con una madre anaffettiva, manipolatoria, mentalmente instabile, una ragazza così veniva etichettata come “ribelle”, “problematic”, “una minaccia all’ordine domestico”.
La mandarono in un orfanotrofio e in diversi riformatori psichiatrici – i loony bin: strutture create non per guarire, ma per disciplinare le non conformi, le irrequiete, le troppo vive, le troppo libere.
Gli psichiatri che visitarono Barbara e i genitori Goldin scrissero una cosa che dovrebbe essere incisa sul portale di ogni museo che espone Nan:
“Non è la figlia ad avere bisogno di essere internata.
È la madre.”
Ma nessuno ascoltò.
Barbara venne spezzata. E alla fine la sua unica via di fuga fu la morte.
Nan, che l’amava più di chiunque al mondo, capì allora una verità definitiva: per salvarsi doveva scappare. A quindici anni lasciò casa. Non per capriccio adolescenziale, ma per pura sopravvivenza. Quella fuga fu il suo primo atto artistico, il suo primo gesto politico.
Tutta la sua opera è un tentativo di impedire al mondo di uccidere altre Barbara.
SISTERS, SAINTS AND SIBYLS – il padiglione che strappa la carne
Alla mostra dell’Hangar Bicocca questo tema trova la sua cattedrale profonda:
un padiglione interamente dedicato a Barbara, il più devastante, il più potente, il più importante.
Entro e vedo:
- un letto, dove giace il corpo di una donna – Barbara, dormiente, morente, eterna;
- un uomo sollevato con il torace squartato – Forse il padre?
- tre schermi, una triplice liturgia, che raccontano la sua ribellione, la sua reclusione, la sua disperazione, la sua corsa finale verso i binari.
È una stanza che non si guarda: si subisce, si affronta, si attraversa come un rito funebre che non permette distacco.
Goldin non santifica Barbara: la restituisce viva, tragica, incandescente. La mette al centro per denunciare ciò che ancora oggi continua ad accadere: le ragazze non conformi vengono ingabbiate, medicate, zittite, patologizzate.
Barbara è la Sibilla, la Santa, la Sorella.
Non un fantasma, ma la matrice stessa dello sguardo di Nan. Ogni sua fotografia è un atto d’amore verso chi, come Barbara, non è stato protetto.
E mentre la guardo, capisco tutto:
Goldin non ha mai fotografato per estetica.
Ha fotografato per vendetta, per amore, per memoria… per sopravvivere.
L’ho fatto, lo faccio, anch’io con la scrittura e la lettura. Le parole mi hanno salvato da me stessa.

Courtesy l’artista, Gagosian, e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio
DIPENDENZA E LIBERTÀ – la linea di frattura su cui si cammina a piedi nudi
Nan dice: The struggle between autonomy and dependency is the core of The Ballad of Sexual Dependency.
(Il conflitto tra autonomia e indipendenza è il nucleo centrale di The Ballad of Sexual Dependency).
Non è una frase teorica: è una dichiarazione di guerra.
Perché l’autonomia è un’invocazione, la dipendenza è una condanna, e tra le due si apre un crepaccio affamato in cui tutte – tutte – prima o poi precipitiamo.
Nella Ballad, l’amore non è mai salvezza: è un vincolo che stringe, un laccio che soffoca, un desiderio che non smette di chiedere. E la libertà non è mai conquistata una volta per tutte: si spezza, si sgretola, cede sotto il peso della paura di essere soli.
Io questa lotta la conosco sulla pelle:
la battaglia senza tregua tra volere il mondo e volere una mano,
tra il bruciare da sola e il bruciare con qualcuno,
tra il desiderio che libera e quello che incatena.
È una ferita che pulsa, un tamburo che non smette mai di battere dentro il petto.
Goldin lo sa. Io lo so. Le donne lo sanno da secoli.
E forse è proprio per questo che la sua Ballad ci attraversa come un colpo di fucile: perché racconta l’unica verità che non vogliamo ammettere: ogni amore contiene una resa, e ogni libertà chiede un prezzo.
SCRIVERE COME LEI FOTOGRAFA – entrare nella ferita per uscirne vive
Lei fotografa senza anestesia.
Io scrivo senza scusa.
Lei espone i corpi dove sono più fragili.
Io espongo le parole dove fanno più male.
Lei sveste le vite, io svesto la memoria.
Lei attraversa le crepe, io ci scivolo dentro.
La fotografia di Nan non mostra: denuda.
La mia scrittura non descrive: dissangua.
Siamo sorelle in questo:
nel rifiuto della distanza,
nell’amore per l’imperfezione,
nella necessità di testimoniare ciò che sopravvive solo se viene detto, mostrato, confessato.
Ogni sua immagine è una domanda.
Ogni mia frase è una risposta che non risolve niente, ma almeno illumina la stanza per un istante.
Lei mette a nudo il mondo.
Io metto a nudo il mio mondo.
E in quel gesto assoluto e vulnerabile, ci incontriamo.
PERCHÉ BRUCIO – la mia Ballad personale
Vado nelle sue mostre come altri vanno in pellegrinaggio.
Vado per ricordarmi che sono viva, che il desiderio non è un lusso, che la ferita non è un errore, che la fragilità è una forma di resistenza.
Goldin mi insegna che non esiste salvezza senza perdita, né luce senza bruciatura.
Per questo, se This Will Not End Well,
allora che almeno finisca in fiamme.
Io non entro nelle sue sale come spettatrice:
entro come combustibile.
Come miccia.
Come qualcuno che ha imparato, come Nan, che l’unico modo per attraversare la notte è accendersi.
E ogni volta che ne esco, ne porto addosso l’odore:
pelle bruciata,
cuore acceso,
vita che continua.
Non rinasco nonostante il fuoco.
Rinasco dal fuoco.
Rinasco nelle mie stesse braci.
Rinasco perché ho bruciato.

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This Will Not End Well di Nan Goldin
Mostra organizzata dal Moderna Museet, Stoccolma, in collaborazione con Pirelli HangarBicocca, Milano, Stedelijk Museum Amsterdam, Neue Nationalgalerie, Berlino, e Grand Palais Rmn, Parigi
A cura di Roberta Tenconi con Lucia Aspesi
Pirelli Hangar Bicocca, via Chiese, 2, Milano
11 ottobre 2025 – 15 febbraio 2026
Vantaggio: entrata gratuita
Svantaggio: solo in inglese senza sottotitoli
Immagine di copertina: Nan Goldin – Brian and Nan in Kimono, 1983 © Nan Goldin -Courtesy Gagosian

