Digger

Di Duilio Scalici

Tutti ad urlare al “flop”, come fosse un verdetto supremo. Ma che cosa significa davvero questa parola, oggi? Nient’altro che un’equazione contabile: un incasso inferiore alle aspettative di budget. Fine. E da quando in qua un bilancio in rosso decreta il valore artistico di un’opera?

Se questo è un flop, allora che ben vengano i fallimenti. Perché Digger – che segna il grandioso e viscerale ritorno di Alejandro González Iñárritu – è un film bellissimo, potente e di un coraggio quasi scandaloso.

È un’opera che dice la verità, e la verità, si sa, sa fare malissimo. Fa male a noi spettatori, costretti a guardarci allo specchio e ad ammettere ciò che il personaggio di Tom Cruise suggerisce nel suo folgorante monologo: in questo sgretolamento collettivo, siamo tutti complici. Inutile cercare capri espiatori o girarsi dall’altra parte.

Senza fare alcuno spoiler – e trattenersi è una vera impresa – Digger indossa la veste di una commedia grottesca, intessuta di un’ironia sottile e spietata, per poi sferrare un pugno allo stomaco preciso e devastante. Un colpo ben assestato che trafigge il pubblico e, soprattutto, i vertici del potere, ricordandoci quanto siamo tutti ridicolmente e tragicamente interconnessi.

Dal punto di vista strutturale, la sceneggiatura è un piccolo miracolo d’ingegneria narrativa: riesce a fondere due storie distinte in un unico organismo fluido e impeccabile. La fotografia, poi, è una meraviglia visiva che a tratti evoca l’estetica rarefatta, gelida e surreale del cinema di Roy Andersson – impossible non pensare a perle come Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza. A coronare questo affresco ipnotico ci sono le interpretazioni: un tris d’assi composto da Tom Cruise, John Goodman e Riz Ahmed, tutti semplicemente impeccabili, capaci di regalare alle rispettive figure una densità e un’intensità rare.

Digger è un’opera grottesca e monumentale che non deve chiedere scusa a nessuno. Al contrario, ha molto da insegnare a un’industria troppo spesso codarda: dimostra che si può – e si DEVE – andare fuori rotta, deragliare dai binari del già visto.

Soprattutto oggi, in un momento storico in cui il cinema e le arti visive sembrano piegarsi a una triste omologazione, schiave del compiacimento rassicurante e dell’algoritmo dei social network. Ebbene, diciamolo chiaramente: questa deriva anestetizzata ha sinceramente stancato. Viva il cinema che rischia, viva Digger e viva Iñárritu.