Stephen Things

Dato che pare obbligatorio parlarne, allora parliamone. Anche perché questa rubrica è ferma da troppo tempo, e quale miglior occasione per riesumarla se non la fine di Stranger Things, che con la quinta stagione chiude un’epopea planetaria fatta di provincia americana, biciclette, mostri spaventosi ma tutto sommato poco intelligenti e retromania iperredditizia?

Del resto, quando un fenomeno culturale diventa inevitabile, ignorarlo è da snob, e la filosofia dovrebbe occuparsi di ciò che accade (anche solo nella testa delle persone che guardano tutte insieme una serie tv), non solo di ciò che dovrebbe accadere secondo i filosofi o gli intellettuali.

La prima cosa che mi viene in mente – e non è certo una novità, anzi rischia di essere un’ovvietà – è che il successo di Stranger Things deriva in gran parte dall’immaginario creato da Stephen King (nessuno si è accorto della sottile somiglianza nominale fra Stranger Things e Stephen King?). Senza il Re ci sarebbero stati comunque gli anni Ottanta, certo. Ma sarebbero stati anni Ottanta molto diversi: meno mondi alternativi, meno inquietudine, meno figure del Male assoluto e, soprattutto, meno bambini e adolescenti chiamati a fronteggiarlo, come se solo l’infanzia possedesse ancora gli strumenti per guardarlo in faccia.

Perché King ha fatto una cosa decisiva, ha stabilito una dicotomia assoluta, quasi metafisica, tra Male e infanzia/adolescenza. Il Male è antico e senza forma, ed è cosmico, mentre i bambini invece sono fragili ma vitali, spaventati ma ostinati, e soprattutto hanno un’arma segreta: l’amicizia autentica. In It il Male non può essere sconfitto dagli adulti, perché gli adulti hanno dimenticato. Solo chi è ancora immerso nella forza caotica della crescita può affrontarlo. Stranger Things eredita esattamente questo schema: il Sottosopra non è solo un altro mondo, è l’irruzione dell’orrore in una realtà che funziona finché i grandi fanno finta di niente.

Da un punto di vista sociologico, non è un dettaglio. Gli anni Ottanta – quelli reali e quelli mitologici – sono il trionfo della giovinezza come valore assoluto. Giovani sono i corpi, giovani sono i sogni, giovane è l’idea che tutto sia possibile se ci si impegna abbastanza. È il sogno americano in versione BMX: puoi vincere qualsiasi cosa, persino un’entità extradimensionale, purché tu abbia amici leali, una cantina attrezzata e un po’ di synth in sottofondo (ma non solo: menzione speciale per Butthole Surfers e Pixies nell’ultima puntata, ma anche per i Replacements, soltanto citati).

Per questo Stranger Things non è solo una serie nostalgica: è un racconto collettivo che lavora sull’immaginario. Ci racconta un mondo in cui l’amicizia salva, la comunità resiste, e l’individuo – se inserito nel gruppo giusto – può ancora fare la differenza. È una metafisica rassicurante, quasi terapeutica, soprattutto per un presente che non crede più né nel futuro né negli adulti.

Tornando a King, se pensiamo a The Body (che sul grande schermo diverrà Stand By Me), ritroviamo lo stesso nucleo emotivo: un gruppo di amici e la scoperta che crescere significa perdere qualcosa per sempre. In It, invece, ritroviamo il cuore oscuro di Stranger Things: l’orrore ciclico e la memoria come arma e come condanna. Hawkins svolge una funzione simile a quella di Derry: non il teatro di un Male ciclico, ma lo spazio di un Male latente, sempre presente, che diventa visibile solo quando l’infanzia smette di essere protetta (sebbene di per sé l’infanzia non possa essere protetta, è proprio il contrario dell’ipocrisia collante della società, motivo per cui è costantemente minacciata).

Ma c’è anche un altro tizio a cui i Duffer Brothers devono qualcosa, se non di più, e si chiama Steven Spielberg, che ci ha messo il suo inconfondibile zampino. Non tanto per le storie in sé, quanto per l’immaginario che ha plasmato coi film su cui ha lavorato da regista o produttore: le biciclette, i boschi misteriosi, le luci al neon, il senso di meraviglia e di pericolo che si insinua nella quotidianità. Basti pensare a E.T. (1982), ideato e diretto da lui, e ai Goonies (1985, regia di Richard Donner), di cui scrive il soggetto, oltre a produrlo e supervisionarlo, dove i bambini affrontano il mondo con coraggio e amicizia: archetipi che i Duffer hanno rielaborato alla perfezione per Hawkins. Poi ci sono altri film che completano il mosaico degli anni Ottanta, anche senza il suo diretto intervento creativo: Gremlins e Explorers (regia di Joe Dante, prodotti da Spielberg), che mantengono lo stesso spirito avventuroso e giocoso, e Nightmare (Wes Craven), che porta l’elemento horror più adulto e slasher, con adolescenti invece che bambini.

Tutti questi film mostrano un principio fondamentale: in modi diversi, i giovani affrontano mondi più grandi di loro. Anche qui, se ci pensiamo bene, il vero antagonista non è sempre il mostro o il cattivo di turno, ma la fine dell’infanzia e la perdita dell’innocenza.

Stranger Things non inventa quasi nulla, ma rielabora tutto con una consapevolezza postmoderna: sappiamo che è già successo, ed è proprio per questo che ci piace.

Filosoficamente, potremmo dire che Stranger Things è una lunga meditazione sul tempo. Non solo perché guarda indietro, ma perché ci dice che il passato non passa mai davvero. Ritorna, mutato, come il Sottosopra. E noi, spettatori adulti, guardiamo bambini salvare il mondo per ricordarci di quando ancora credevamo che fosse possibile.

Alla fine, forse, il vero Male non è Vecna, né il Mind Flayer. Il vero Male è crescere e dimenticare. E Stranger Things – con tutta la sua ironia, la sua nostalgia e la sua filosofia pop – è stato un gigantesco tentativo collettivo di resistere a quell’oblio. Anche solo per un’altra stagione. Anche solo per un’ultima pedalata.

s.


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