Di Donato Novellini
Nozionistica vuole che i Talking Heads piacessero trasversalmente, sia agli intellettuali post-riflusso (Carlo Massarini ne fece una malattia), incantati da quel tribalismo cerebrale imbastardito con la wave, sia ai tamarri di provincia, dediti al culto “baioso” dell’afro-music più danzereccia. Sincretici e trasversali, futuri proconsoli di un patrimonio dell’umanità riunita in Mondo (World), sufficientemente appagati dalla devozione della critica erudita, in Italia divennero massimamente popolari grazie al brano “Road to Nowhere”, utilizzato per lo spot dello yogurt Yomo nel 1986. Giusto un anno prima che tale remunerativo privilegio toccasse al comico Beppe Grillo, ça va sans dire. Cedimento commerciale in seguito riscattato dalla fortunata pellicola di Paolo Sorrentino, This Must Be the Place (2011), omaggiante nel titolo – e con un cameo dello stesso David Byrne – le gloriose teste parlanti che furono. Insomma, trattasi di quartetto da sempre benvoluto dai media, forse proprio per aver prefigurato quel globalismo a venire, tuttavia senza mai cedere all’enciclopedismo un po’ didattico e manicheo della world music o ruffiano commerciale Benetton. Merito di Brian Eno, produttore e demiurgo dell’aurea stagione di fine ‘70? Forse si, ai temerari basterà riascoltare il cosmopolitismo centrifugato, l’esotismo filtrato in elettronica spuria di My Life in the Bush of Ghosts (1981), per intuire la presenza di un genio assoluto in cabina di regia. Sodalizio artistico che trovò il suo apogeo nell’album Remain in Light: madrigale liquefatto di no-sense e parole in libertà, afro-disiaco deliquio e oscure evanescenze voodoo, schizzate nevrosi post-occidentali, viaggi onirici di beduini nel deserto, ancestrali poliritmiche futuribili, animismo del “buon selvaggio” messo in freezer e ibernato ad uso posteri, flusso di coscienza vidimato dalla psicanalisi newyorchese. Memorabile il finale dell’albo: “Listening Wind” – con uno spiritato Byrne che sembra procedere vocalmente a tentoni, esploratore bendato in una giungla oscura e inquietante di stridori animaleschi – cede il testimone alla cupa elegia “The Overload”, seduta d’ipnosi regressiva palesemente partecipante ai funerali di Joy Division (18 maggio 1980). Capolavoro assoluto, artefatto a tal punto da sembrare spontaneo e con una copertina degna di nota, concepita da Tina Weymouth e Chris Frantz. Ispirati dal ricercatore del Massachusetts Institute of Technology (vabbè…) Walter Bender e dal gruppo Media Lab, i due musicisti sperimentarono pionieristicamente il disegno al computer, giocando su immagini fotografiche preesistenti. Il retro ad esempio, inizialmente pensato come immagine di copertina, raffigura quattro aerei da guerra in posizione di combattimento alterati in rosso pigmento, sorvolanti le vette dell’Himalaya; mentre in fronte i volti dei quattro appaiono coperti da grossolane imbrattature di pixel, lasciando scoperti solo occhi, bocche e nasi. Essere o non essere? Essere ma senza apparire troppo, dissimulare semmai, portando così l’edonismo della Pop-Art alle sue estreme quanto alienanti conseguenze. L’intervento artificiale sovrapposto più che un furbo stratagemma d’autocensura, sembra evocare l’impersonalità collettivistica del puro cimento artistico, sapienziale negazione di un ego divistico tipico degli ‘80, l’annullamento del feticcio fotogenico ad uso media. Effetto spiazzante, addirittura preveggente, già preconizzante infatti la perdita d’identità globale del singolo utente, fagocitato in una omologata maschera pubblica virtuale, illuso d’avere ancora un volto, il suo, barattato con una foto di proprietà della piattaforma. “L’immagine è in contrasto con il titolo, perché le fotografie oscurate dei membri del gruppo non possono restare alla luce”, sostenne giustamente lo psicanalista Michael A. Brog. Nel dettaglio basterà prestare attenzione alla ragione sociale, posizionata in bianco su nero nella parte superiore della custodia: le A capovolte non sono più quelle cerchiate dell’anarchia, così facilmente spendibili in graffiti, bensì rappresentano un capovolgimento di segno più sottile, organizzato nell’ordine formale di un carattere sobrio, minimale, freddo e razionale. D’altronde pure la musica di Remain in Light, a ben ascoltare, assomiglia molto a quella africana, epperò senza essere veramente tale, più d’altro una sua sublimazione occidentale, verrebbe da dire provocatoriamente un po’ colonialista.

Remain in Light – Talking Heads, Sire, 1980.
