“Johnny B. Goode” fatta dai Sex Pistols
Di Stefano Marullo
Ripartiamo con la celebrazione delle grandi cover fatte dal punk rock. In questa prima puntata parliamo della celeberrima “Johnny B. Goode” di Chuck Berry, anno 1958, che insieme a “Rock Around The Clock”, rappresenta uno dei testi fondamentali del nascente rock’n’roll e uno degli inni del sogno americano (quel go Johnny go! è diventato iconico). Il riff di apertura è probabilmente uno dei più famosi di tutta la storia del rock, anche se c’è chi giura che Berry lo avesse preso in prestito da un brano boogie-woogie di Lous Jordan, “Ain’t That Just Like A Woman”. E, scusate se è poco, Johnny B Goode, è l’unico pezzo rock inserito nel Voyager Golden Record, il disco d’oro lanciato nello spazio con le sonde Voyager nel 1977 per rappresentare la cultura umanoide ad eventuali civiltà aliene.
Del pezzo sono state fatte innumerevoli versioni, dai Beatles (1963) ai Beach Boys (1964), da Elvis Presley (1969) a Jimi Hendrix (pubblicata postuma nel 1971), da Peter Tosh (1983) ai Judas Priest (1988). Il brano è associato da molti anche al film Ritorno al futuro (1985) dove Marty McFly la suona nel 1955 “inventando” il rock’n’roll davanti a una platea scioccata.
Ma di tutte queste versioni, quella dei Sex Pistols appare la più cacofonica, caotica e distorta. Registrata nel 1976, viene pubblicata solo dopo lo scioglimento della band e inclusa nell’album/colonna sonora The Great Rock’n’Roll Swindle, una delle operazioni cinematografiche più grottesche e provocatorie concepite da Malcom McLaren. Invero, la traccia di “Johnny B. Goode” targata Pistols, è un medley che include anche “Roadrunner”, altro celeberrimo pezzo dei Modern Lovers. Nel pezzo Johnny Rotten storpia volutamente le parole e bofonchia suoni gutturali. Più che una cover celebrativa, quello dei Sex Pistols è una operazione iconoclasta e nichilista in perfetto stile punk.

