L’enigma della speranza

Perché la speranza è sempre l’ultima a morire? Ha qualche santo in paradiso? Ma poi non si annoia a restare sola dopo che sono morti tutti? Muore forse di solitudine? O perché se non c’è più nessuno a sperare non ha più senso di esistere? Ma sperare fa bene o fa male? Beh, considerato che il suo contrario è disperare direi che è meglio sperare, oppure no? Perlomeno così pensava Leopardi il quale sostanzialmente elogiava l’illusione, consustanziale all’essere umano, che ci inganna riguardo alle reali mire di questa esistenza – ovvero nessuna. Quindi senza speranza non ci sarebbe che disperazione per un mondo che ci detesta. Diversamente la pensava Camus per cui la speranza non è che evasione e autoinganno (ma intesi in senso negativo). Bisogna rifiutarla per vivere lucidamente l’assurdo, come Sisifo che ogni giorno trascina su per una montagna un enorme masso per poi vederlo immancabilmente rotolare giù. Immaginatelo felice, dice un Camus con fare sadico, perché Sisifo si vive il mondo così com’è senza sperare in una salvezza illusoria (Dio, aldilà e quelle cose lì – che non esistono). Ma cosa c’è, di grazia, da essere felici? Forse l’essere citati in un libro di un Premio Nobel per la Letteratura? Ma dubito che qualcuno glielo abbia riferito. E allora? Posso o non posso sperare che domani le cose mi vadano meglio, che i miei sogni si realizzino, che l’autobus passi a prendermi e non mi lasci tutta la notte ad aspettare sotto una gelida banchina? Chi lo sa, anche perché non si può non sperare, ma tutta questa filosofia mi ha rovinato la vita, e mentre spero penso sempre di essere un cretino; ed è anche vero che quando le mie speranze vengono disattese, cioè quasi sempre, nonostante l’impegno con cui cerco di meritarmi quello che spero, il sentimento di delusione è così forte che mi piacerebbe essere un Sisifo lobotomizzato. E quindi? Boh, che enigma stupido.

s.


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