Di Stefano Marullo
Nella prima parte di questa nuova rubrica dedicata alla new wave ho provato a raccontare significato e nascita del genere. In questa seconda parte scopriremo sia i suoi filoni principali che gli ambiti geografici dove principalmente si sviluppa.
A grandi linee potremmo parlare di tre macro-aree della New Wave:
1) La prima più art e pop da classifica che privilegia la sperimentazione e l’immagine. Gruppi rappresentativi i Talking Heads o i Blondie;
2) L’anima più elettronica, il cosiddetto synth-pop dove predominante è l’uso dei sintetizzatori e che vede in gruppi come i Depeche Mode o i Soft Cell l’incarnazione migliore;
3) L’anima più gotica e dark che vede il trionfo di gruppi come Joy Division, The Cure o Bauhaus.
Immediatamente dopo l’epopea punk, con l’eco ancora di quella stagione, gruppi come i primi Cure, Public Image ltd o Siouxie and the Banshees, The Fall transitano nella nuova stagione quello che rimane del punk medesimo e quindi qui si può a ben ragione parlare di post punk.
Talvolta le varie anime della new wave danno origine a sintesi originali come il dream pop di Cocteau Twins e Dead Can Dance mentre dall’evoluzione del synth-pop si arriva ala cosiddetta Coldwave, avanguardia condita da influenze industrial, come nel caso dei Cabaret Voltaire o dei tedeschi Einstürzende Neubauten o dei Clan of Xymox, che pur appartenendo a questa sottocategoria subiscono ancora il fascino del gothic. Alla neo-psichedelia possiamo ricondurre i suoi capiscuola gli inglesi Echo & the Bunnymen, gli australiani The Church e i primi lavori degli americani R.E.M.
Alla new wave si fa anche risalire l’esordio degli irlandesi U2 destinati in breve ad avere una popolarità planetaria.
Rispetto alle aree geografiche, la new wave è prevalentemente un fenomeno musicale che investe USA, Regno Unito ed Europa Continentale.
La scena americana è polivalente e caratterizzata da grande eterogeneità. Quella newyorkese raccoglie l’eredità di mostri sacri come Patti Smith, Velvet Underground e Television. Il gruppo più rappresentativo sono sicuramente i Talking Heads, espressioni della new wave più solare, che fondono un rock elegante ed ironico, al funky, al gospel e alla psichedelia. Più rivolti al pop dopo un esordio garage, quello dei Blondie destinati ad una carriera folgorante grazie anche al carisma della cantante Debbie Harry. Sul versante elettronico il gruppo di maggior spicco, i Devo, band originalissima dai tratti dadaisti. Sul crinale più colto e della sperimentazione troviamo invece Laurie Anderson e Philip Glass. Altra band crossover con eco punk e folk quella dei Violent Femmes.
La scena britannica è più omogenea e gli stili prevalenti sono il synth-pop e il gothic dalle atmosfere esistenzialiste, decadenti e malinconiche talvolta con pronunciato gusto per il macabro. Tra i maestri indiscussi del synth-pop i Depeche Mode che nel tempo esondano anche verso il gothic. Cammino inverso quello dei Joy Division che dopo la morte del cantante Ian Curtis si reinventano come New Order e abbandonando il dark si muovono verso la musica elettronica. I Cure, dopo un inizio decisamente post punk, volano verso il gothic con ampie parentesi più pop. Anche i Talk Talk alternano fasi molto commerciali con hit divenute famosissime ad un rock sempre più colto che ingloberà elementi anche jazz.
Riguardo l’Europa continentale, a farla da padrona è la Germania con band iconiche di musica elettronica, industrial noise, e di sperimentazione: Kraftwerk, Nina Hagen, Einstürzende Neubauten, Neu!. Da citare anche gli svizzeri Yello.
Un discorso a parte merita l’Italia, dove la new wave fatica ad affermarsi nonostante un numero nutrito di band già è attivo nei primi anni Ottanta (dopo il “la” dato dai pionieri Krisma e Faust’O): Diaframma (molto vicini alle atmosfere dei Joy Division), Litfiba, Neon, Pankow, Kerosene, Confusional Quartet, Denovo. Con Garbo di A Berlino… va bene (1981) la new wave arriva anche nelle classifiche. Lo farà anche con i Matia Bazar (vedi prima parte di niuweiv). Poi, citazione necessaria i CSI, eredi dei CCCP di Lindo Ferretti e poco altro. Tramontata alla fine degli anni Ottanta e dopo un decennio di silenzio la new wave italiana conoscerà una stagione di revival a partire dagli anni Duemila in poi. Ne parleremo nelle prossime puntate.
Vi faccio ascoltare di Faust’O /Fausto Rossi, vero outsider della new wave italiana, artista anti-convenzionale e per questo “maledetto” dal suo quarto album il pezzo “Oh! Oh! Oh!” (1981) registrato a Londra con un suono assai moderno per l’epoca: batteria secca, robotica e sintetizzatori che tagliano come lame.

