Talking Heads
Di Stefano Marullo
Tra i padri nobili della new wave un posto di prim’ordine lo occupano sicuramente i Talking Heads che ne rappresentano il versante più solare e brillante. All’inizio della loro carriera la loro frequentazione nel tempio della nascente scena punk, il CBGB di New York, insieme a gente del calibro di Television, Blondie, Patti Smith, Ramones li ingloba in quella famiglia ma sin da subito le Teste Parlanti se ne differenziano per incarnare la new wave nel senso più letterale: intellettualismo, stravaganza e contaminazione tra le arti. Anche a livello estetico Byrne & Co. alle borchie e alla pelle preferiscono maglioncini da studenti d’arte. Ma è tutto il loro repertorio ad essere intriso di ironia e testi piuttosto surreali. L’esordio, con un album che si chiama semplicemente 77, è già un post punk pulito e asciutto. Il pezzo di punta del disco è “Psycho Killer”, un vero e proprio manifesto dell’alienazione, che ha presentato la band al mondo. In realtà, se non ci si lascia ingannare dal titolo, “Psycho Killer” non parla di omicidi ma più di uno stato mentale, di un individuo iperteso che non riesce a rilassarsi. La sua pubblicazione coincise con i delitti di un serial killer che imperversava in quella estate a New York per cui molte radio cominciarono a boicottarlo; la censura ufficiale lo fece diventare un cult in ambito underground, complice anche una buona accoglienza della critica che vedeva qualcosa di nuovo, di colto (le parole in francese per esempio). Il pezzo raggiunse solo la posizione 92 della Billboard Hot 100 americana mentre in Europa, ma anche in Australia, ebbe una migliore accoglienza.
La collaborazione con Brian Eno inaugura la prima metamorfosi con una trilogia che va dal 1978 al 1980: More songs about buildings and foods ha un sound molto elettronico, Fear of music è più sperimentale mentre Remain in light è ritenuto il loro capolavoro contrassegnato da poliritmi africani e funk ipnotico. A partire dal 1983 arrivano le grandi hit (come “Burning down the house”) e gli album si situano più su un classico versante pop-rock. Con Naked (1988) registrato a Parigi con un gruppo di artisti internazionali, i Talking Heads entrano in una sorta di quarantena. Solo nel dicembre 1991 David Byrne annuncia che la band non esiste più.
Nel 2002, in occasione dell’ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame, si rivedono insieme e suonano tre brani; ancora nel 2023 per il quarantesimo anniversario del film concerto Stop Making Sense i quattro si sono trovati insieme sul palco anche se solo per rispondere alle interviste. Difficile immaginare ad una loro reunion, gli interessi dei componenti sono sempre stati molteplici. David Byrne (voce e chitarra nei Talking Heads), che appare anche nel film di Paolo Sorrentino del 2011 This must be the place, con Sean Penn (nei panni di qualcuno che assomiglia tanto a Robert Smith) interpretando se stesso (peraltro il titolo del film è un omaggio all’omonima canzone dei Talking Heads, che Sorrentino ha dichiarato di adorare) ha debuttato nel cinema con True Stories (1984), ha vinto anche un Oscar per la colonna sonora de L’ultimo imperatore di Bertolucci, ha fondato l’etichetta Luaka Bop, ha esordito a teatro con Broadway American Utopia (2019) e scritto libri.
Quanto alla coppia nella vita e nel lavoro Tina Weymouth e Chris Frantz (rispettivamente basso e batteria nei TH) parallelamente alle Teste Parlanti hanno fondato i Tom Tom Club dalle venature molto funky e dance e sono divenuti produttori di gruppi. Infine Jerry Harrison (tastiere e chitarra nei TH) è divenuto anch’egli un produttore discografico di notevole spessore per gruppi come No Doubt, Live, Violent Femmes.
Direi di andare ad ascoltare l’intramontabile “Psycho Killer”, probabilmente il loro pezzo più famoso.
