AREA FEMMINISTA. Dialoghi con Monica Lanfranco
Di Stefano Marullo
Buongiorno Monica, rieccoci ancora a parlare di femminismo, e contenuti attorno ad esso. Oggi declinerei la nostra discussione con “Cronache Barbare” attingendo ai crudi dati riportati dal Ministero dell’Interno e che spesso i media raccontano, anche in modo sbagliatissimo. Nel 2025 ci sono stati 97 casi di donne uccise – 85 di questi femminicidi si sono consumati in ambito familiare/affettivo, di queste 85 vittime, 62 sono state uccise specificamente da mariti, compagni o ex (fidanzati inclusi). Nel primo trimestre del 2026 il numero dei femminicidi si è attestato su 10 casi (13 se si includono suicidi indotti da violenza di genere) e nel 90% dei casi si è trattato di atti consumati in ambito familiare per mano del partner o ex partner. Uno schema consolidato è quello della coppia che si è lasciata o è in procinto di lasciarsi, lui non riesce ad accettarlo e uccide lei. Come te la spieghi tanta vulnerabilità maschile che talvolta arriva non solo a togliere la vita di chi si dice di “amare” (noi sappiamo che “amore criminale” è una mistificazione, è una formula infelice anche per qualche programma televisivo) ma finanche la propria?
Ho provato a dare qualche risposta negli anni con il lavoro di formazione, di informazione e riflessione sulla stampa e con alcuni libri, in particolare con Crescere uomini e Mio figlio è femminista: anche il laboratorio Manutenzioni-Uomini a nudo è stato, e continua ad essere, un’occasione per verificare quanto gli uomini di ogni età avrebbero bisogno di momenti di discussione collettiva sulla violenza maschile non riconosciuta nelle relazioni con le donne. Specie tra i giovani uomini c’è il rischio di banalizzazione e di una nuova forma di misoginia originata dalla rimozione veloce del problema: non basta mica pitturarsi di unghie e dichiararsi fluidi per aver abbandonato il patriarcato, così come non basta per le ragazze dire che se si ‘sceglie’ di vendere pezzi di corpo, online e in presenza, si è quindi libere.
La realtà è che l’esposizione alla velocità priva di profondità della tecnologia rende ancora più povera di saperi e di conseguenza più pericolosa la nostra vita individuale e collettiva: mi servo di Byung-Chul Han e del suo libro Le non cose: Come abbiamo smesso di vivere il reale per offrire con le sue parole un approccio filosofico al tema della violenza in quanto originata anche dall’alienazione alimentata dalla tecnologia. In questo brano Han ragiona sulla dipendenza dal telefono, e sul fenomeno dello ‘scrollare’ incessante sullo schermo:
Il senso del tatto annulla la distanza. Lo stupore gli è estraneo. Esso demistifica, profana il proprio interlocutore, gli toglie l’aura. Il touch screen elimina la negatività dell’Altro, dell’indisponibile. Esso generalizza l’impulso aptico di rendere ogni cosa a portata di mano. Nell’epoca dello smartphone, persino la vista si sottomette all’impulso aptico e perde il proprio lato magico. Smarrisce ogni stupore. Il vedere che consuma e annulla le distanze assomiglia al tatto, dissacra un mondo che ormai risulta accessibile. L’indice che impazza sul cellulare rende consumabile ogni cosa. L’indice che ordina merci o cibo trasferisce giocoforza il proprio habitus consumistico in altri ambiti. Tutto ciò che tocca assume la forma di una merce. Nel caso di Tinder, si degrada l’Altro a oggetto sessuale. Depredato della propria alterità, anche l’Altro diventa consumabile. Nella comunicazione digitale, l’Altro è sempre meno presente. Mediante lo smartphone ci ritiriamo in una bolla che ci protegge dall’Altro. Nel quadro della comunicazione digitale
spesso scompare anche l’atto di chiamare. L’Altro non viene chiamato appositamente: preferiamo scrivere messaggi di testo invece di chiamare, poiché per iscritto siamo meno esposti all’Altro. In tal modo scompare l’Altro in forma di voce. La comunicazione via smartphone è senza corpo né sguardo. La comunità ha invece una dimensione corporea. Già a causa della corporeità assente, la comunicazione digitale indebolisce la comunità. Anche lo sguardo consolida la comunità. La digitalizzazione fa scomparire l’Altro come sguardo. L’assenza dello sguardo è corresponsabile della perdita d’empatia nell’epoca digitale. È il possesso a definire il paradigma delle cose, e il mondo fatto di informazioni viene regolato non dal possesso, bensí dall’accesso. I legami a cose o luoghi vengono sostituiti dagli accessi temporanei a reti e piattaforme.
Leggendo queste riflessioni ho trovato molte assonanze con i malanni relazionali di oggi e l’incapacità, purtroppo più maschile, di coltivare con pazienza e curiosità le relazioni, accettando anche il fallimento e l’autonomia della compagna.
Attingiamo ancora dalla nuda cronaca. In vista della data dei referendum sulla cosiddetta riforma della giustizia, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato testualmente che votare No significa accettare “immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà che mettono a repentaglio la nostra sicurezza”. In un clima già tossico quanto a linguaggio e relazioni uomo-donna, come giudichi questa rappresentazione del maschio predatore? E la sicurezza delle donne, delle bambine, si garantisce solo pensando a soluzioni di tipo repressivo?
Propaganda della destra consunta e prevedibile, però vorrei dire questo: che la sinistra in Italia da decenni ha lasciato in mano a leghisti e fascisti un problema serio e reale.
Giovani uomini soli, senza famiglia e spesso con traumi gravi nel corpo e nella mente, provenienti da culture misogine supportate da credenze e regole religiose oscurantiste sono lasciati senza alcun supporto e formazione, esposti al rischio di burn out che trova sfogo in comportamenti individuali e collettivi da branco, come abbiamo visto nei casi di Colonia e Milano. Gli eventi di violenza sessuale di gruppo avvenuti a Colonia (2015-2016) e Milano (2021-2022) presentano forti analogie nelle modalità operative, spesso ricondotte dagli inquirenti al fenomeno denominato taharrush gamea.
In entrambi i casi, gruppi di giovani provenienti da paesi africani hanno accerchiato e aggredito donne in luoghi pubblici affollati durante i festeggiamenti di Capodanno. Non ci sono stati provvedimenti di tipo educativo dopo: persino in Albania, per non citare i soliti paesi europei, da oltre dieci anni il governo ha introdotto formazione obbligatoria sulle relazioni con le donne per gli immigrati; da noi in Italia non se ne ha notizia, se non per le iniziative autonome delle associazioni di volontariato. Non è un problema secondario, e la sinistra non ne parla per evitare di essere tacciata di razzismo.
All’Università di Padova, è stata istituita una rete strutturata e un osservatorio per il monitoraggio e il supporto contro le molestie e le discriminazioni sulle donne. Il Consigliere di Fiducia è una figura istituzionale incaricata di prevenire il mobbing e le molestie morali e sessuali. Recentemente in una sua relazione al Senato accademico ha dichiarato di avere ricevuto circa 67 segnalazioni (44 solo nel 2025). Nel resoconto diffuso al personale dall’amministrazione dell’Ateneo questi dati sono stati presentati come “statisticamente non significativi” suscitando le proteste di gruppi femministi, collettivi studenteschi e sindacati. Un tuo commento.
Ho molte amiche docenti di varie età che lavorano in diversi contesti scolastici, e io stessa ho verificato, specialmente dopo il Covid, un peggioramento del clima di violenza. È bastato il breve confinamento a casa e l’assenza di relazione con i figli, che sono stati completamente assorbiti dallo schermo in solitudine a far lievitare senza controllo la propaganda dei siti incel. La scuola e il mondo universitario sono ovviamente profondamente toccati dal tema della violenza maschile, ma sappiamo che questo governo si ostina a ritenere non necessario discuterne proprio dove sarebbe urgente e appropriato farlo: i siti porno sono ormai il luogo dove bambine e bambini, ragazze e ragazzi imparano la convivenza tra i sessi, un veleno senza fine. Mi ha molto colpita una ricerca pubblicata di recente sul Guardian, dove ho ritrovato analogie inquietanti su ciò che accade da noi e di cui però non si parla. Ne riporto alcuni passaggi: “Le rappresentanze del corpo docente hanno affermato che nelle scuole di tutto il Regno Unito sta covando ‘una crisi di mascolinità’, con un aumento degli abusi misogini nei confronti del personale femminile che lasciano le vittime ‘traumatizzate’, ‘sminuite’ e ‘umiliate’. Quasi un quarto delle insegnanti che hanno partecipato a un sondaggio sindacale ha dichiarato di essere stata bersaglio di misoginia da parte di uno studente negli ultimi 12 mesi – la percentuale più alta registrata negli ultimi quattro anni di sondaggi. Un’insegnante ha raccontato di essere stata chiamata ‘fottuta sgualdrina’ da uno studente. Un’altra ha riferito che uno studente aveva creato immagini di lei nuda utilizzando l’intelligenza artificiale, mentre altri ragazzi scherzavano sullo stupro delle ragazze, per poi ridere quando venivano rimproverati. Oltre il 70% della professione docente è femminile, ha affermato una rappresentante del sindacato docenti inglese. Se le insegnanti riferiscono di non riuscire a contenere l’aggressività di genere nelle loro classi – ed è esattamente ciò che stanno dicendo nel sindacato – allora abbiamo tra le mani una bomba a orologeria. Questi alunni sono gli stessi ragazzi e giovani uomini che diventeranno mariti, padri e colleghi sul posto di lavoro. Potrebbero eventualmente acquisire influenza nella sfera pubblica. Dobbiamo aiutare loro e le loro vittime – comprese le insegnanti – prima che sia troppo tardi”.
Ricordo che quando scrissi, come altre colleghe e colleghi, dell’importanza della breve e fulminante serie tv Adolescence (che racconta di un femminicidio compiuto da un giovanissimo e maturato a scuola) ci fu una parte dell’opinione pubblica che la rifiutò in toto dicendo che si trattava di ‘propaganda femminista’: un segno di rimozione della realtà che ci dovrebbe far preoccupare.
Ti riporto adesso il caso successo a Conegliano (Treviso), dove una donna manager è stata prima discriminata poi licenziata dalla sua azienda, per di più mentre era in gravidanza e prossima al congedo obbligatorio per la maternità. La manager ha denunciato di essere stata volontariamente esclusa dalle riunioni in cui partecipavano i suoi sottoposti e di essere stata estromessa da progetti in ambito commerciale. Negli incontri aziendali l’amministratore delegato, in presenza di altri dipendenti, ordinava alla manager di fare il caffè a tutti i partecipanti affermando che era “compito suo in quanto donna”. La vicenda è finita bene, il Tribunale di Treviso (con sentenza di una giudice) ha impugnato il licenziamento, imposto il reintegro immediato nel posto di lavoro e un risarcimento di oltre 50 mila euro come danno da discriminazione. Rimane il vulnus: perché le donne nei posti apicali fanno così paura?
Vorrei provare a rispondere partendo da un testo di Giorgio Gaber. Siamo nel 1972 e nella sua bellissima Un’idea Gaber scrive:
Un’idea, un concetto, un’idea finché resta un’idea è soltanto un’astrazione: se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione.
In Virginia il signor Brown era l’uomo più antirazzista un giorno sua figlia sposò un uomo di colore lui disse bene ma non era di buon umore.
Un mio amico voleva impostare la famiglia in un modo nuovo e disse a sua moglie: ‘se vuoi mi puoi anche tradire’. Lei lo tradì, lui non riusciva più a dormire.
Aveva tante idee, era un uomo d’avanguardia, si vestiva di nuova cultura e cambiava ogni momento. Ma quand’era nudo, era un uomo dell’ottocento.
La canzone ci segnala come sia facile, in teoria, essere all’avanguardia, ma in pratica dentro di noi il ritmo del cambiamento ha il tempo lento della fatica, della difficoltà a realizzare le ipotesi razionali. In questo nostro mondo complicato, (mi riferisco ora all’Italia per comodità), una buona parte sia di uomini che di donne sostengono che ci sia ormai la parità tra i sessi, o che comunque rispetto alle generazioni precedenti molto sia migliorato. È vero: dagli anni ’70, nei quali sono state realizzate le più importanti leggi per la parità tra donne e uomini sia in famiglia che nel mondo del lavoro è innegabile che ci siano stati enormi passi avanti. È però necessario continuare a ribadire che i diritti sulla carta sono fragili se non sono continuo oggetto di trasmissione, studio e attuazione. Se si ignora il percorso storico delle leggi, se non si racconta alle nuove generazioni come le donne vivevano solo pochi decenni fa, prima che lo stupro passasse da reato contro la morale a reato contro la persona, o prima che si morisse di emorragia nel tentativo di interrompere la gravidanza non voluta, non si avrà la prospettiva necessaria per capire che la misoginia profonda è ancora ben radicata dentro di noi, nonostante le apparenze. I dati Istat e diverse indagini sociali confermano la persistenza di stereotipi legati al sesso e atteggiamenti di vittimizzazione secondaria in una parte significativa della popolazione maschile. Giusto per fare un ripasso veloce: sempre secondo l’Istat 1 uomo su 5 in Italia (quasi il 20%) ritiene che le donne possano provocare violenza sessuale con il proprio modo di vestire. Alcune rilevazioni indicano che una percentuale addirittura superiore, che sfiora il 24%, pensa che l’abbigliamento femminile possa essere una causa di violenza, trasmettendo l’idea distorta che la vittima sia responsabile del comportamento del carnefice. Oltre l’abbigliamento il 39,3% degli uomini intervistati ritiene che una donna possa sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero lo vuole, e circa il 15% crede che una donna sotto l’effetto di alcol o droghe sia parzialmente responsabile della violenza subita. Anche tra i giovani 1 su 5 non riconosce pienamente alcune forme di violenza sessuale, confermando che il problema non riguarda solo le generazioni più adulte. Questi dati evidenziano come una parte della società tenda ancora a deresponsabilizzare l’aggressore, spostando la colpa sulla vittima (“se l’è cercata” per come era vestita), una forma di mentalità che contribuisce alla persistenza della violenza maschile. Quindi perché stupirsi che, a corollario di questa mentalità, ci sia chi pensa che in ufficio il fatto di avere un utero sia automaticamente sinonimo di essere al servizio dei colleghi?
Concludiamo le nostre “Cronache Barbare” con l’inchiesta della Procura di Milano che sta indagando su un giro di prostituzione che coinvolgerebbe almeno un centinaio di ragazze alcune di appena 18 anni, una rimasta anche incinta e che vede tra i clienti sportivi di prim’ordine tra cui calciatori di serie A, un pilota di formula 1 e giocatori di hockey. Il “pacchetto dopopartita” comprendeva serata nella movida milanese, camera d’albergo, consumazione di sesso e gas esilarante che eccita senza lasciare tracce in caso di doping. Sembra un pozzo senza fondo…
Sì, lo è. C’è un termine concettuale che descrive bene la situazione: pornografizzazione. Ne abbiamo ragionato nel numero di Marea 1/2026, dedicato alla diade erotismo/pornografia. Francesca della Valle su Marea scrive:
Perchè parlare di pornografia oggi? Per due motivi principali. Il primo è che il porno dice tanto su come gli uomini vedono e percepiscono le donne. Il secondo è che dobbiamo prendere atto che ormai la pornografia è diventata la prima educazione sessuale di massa, con conseguenze disastrose sulla sessualità di ragazze e ragazzi. L’età di primo accesso ai siti porno oggi è di 7 anni. Non stiamo parlando del dark web o di angoli nascosti e protetti della rete: è sufficiente uno smartphone con una connessione a internet per entrare in contatto con l’industria pornografica. La pornografia non è una fantasia neutra, ma un vero e proprio sistema di rappresentazione che struttura il modo in cui uomini e donne imparano a vivere la sessualità e i rapporti di potere. Le donne rappresentate nei porno sono l’incarnazione del desiderio sessuale maschile. Nessuna donna deve mostrarsi pensante, nessuna deve esprimere desideri sessuali propri: deve essere l’uomo a mostrarle la strada verso il piacere sessuale (quello maschile, ovviamente). Le donne dei porno devono avere il cervello sottosviluppato di una bambina nel corpo di una ventenne. Inoltre, cosa più importante, le donne nei porno devono sempre dare l’impressione di approvare ciò che accade. La pornografia crea l’illusione che il comportamento maschile sia naturale e accettabile, nascondendo il fatto che le “attrici” stanno appunto recitando.
È quello che abbiamo letto circa le feste alla villa del pedofilo Epstein, alle feste dei calciatori, negli scambi di immagini dei mariti e fidanzati nelle liste online chiuse dopo le denunce e subito dopo riaperte con altri nomi. Oltre al cibo e agli alcolici non può mancare la carne fresca delle ragazze: di questo si tratta. Del resto, di nuovo, perché stupirsi: qualche mese prima di morire Silvio Berlusconi prometteva alla squadra dei giovani del Monza, in caso di vittoria, un pullman di prostitute come regalo. Se è il vecchio nonno o il padre che indica questa come misura della relazione con le donne come aspettarsi che le nuove generazioni trovino qualcosa di sbagliato nell’approfittare di tanta generosità?
Di pornografia parleremo al seminario di giugno 2026 ad Altradimora, dal 19 al 21: approfitto di questo spazio per invitarvi!
