Di Stefano Marullo
Anche la New Wave ha la sua sincope, il suo buco nero. Si chiama no wave, espressione coniata da Lydia Lunch quando le dissero se la sua musica potesse essere ricondotta alla new wave allora in voga. La sua risposta laconica fu “non è new wave è NO wave”. La no wave è stata una fiammata brevissima, intensa e autodistruttiva che si conclude in poco più di 5 anni, un’ondata dadaista molto localizzata (la scena di New York, precisamente il Lower East Side di Manhattan) ma destinata a lasciare il segno. Anche i gruppi che ne sono espressione si contano meno che le dita di una mano: Mars, DNA, Contortions e Teenage Jesus and the Jerks, che intorno al 1978 iniziano ad esibirsi al Max’s Kansas City. Ad accomunarli il fatto di non essere musicisti nel senso classico; si tratta spesso di artisti visivi che usano gli strumenti per fare “rumore bianco” e performance d’urto. Sempre nel 1978, Brian Eno arriva a New York e rimane folgorato da questo caos e produce la storica raccolta No New York con le band summenzionate ciascuna che presentano 4 pezzi.
Elementi fondativi della no wave: 1) l’anti-commercialità assoluta; se la new wave voleva andare in classifica, la no wave voleva che l’ascoltatore/l’ascoltatrice uscisse dalla stanza; 2) il rifiuto della tecnica: paradossalmente molti artisti no wave sostenevano che una volta imparato a suonare bene uno strumento, la magia finiva perché la loro forza era l’inesperienza usata come arma; 3) l’estetica del ‘qui ed ora’: si trattava di un’arte legata indissolubilmente alla New York decadente, sporca e pericolosa di quegli anni.
Se la new wave alla fine degli anni Settanta era diventata troppo colta e raffinata, la no wave è stata la reazione nichilista a tutto questo riportando l’intellettualismo nel fango, mantenendo il concetto di arte eliminando la professionalità. Ha insomma punkizzato la new wave medesima, con le dovute differenze: il punk in fondo amava il rock’n’roll (i Ramones o i Real Kids avevano gli anni ‘50 e ‘60 come riferimenti ideali), mentre la no wave odiava la tradizione.
L’eredita della no wave è enorme: gruppi come Sonic Youth ne sono la plastica continuazione ma anche tutto il noise rock e l’industrial degli anni ‘90 deriva direttamente da lì. Anche il concetto di “lo-fi” (tanto caro al punk e al garage), l’idea che la qualità della registrazione non conti nulla rispetto all’urgenza dell’espressione, è una creazione della no wave. Anche in Italia la no wave è arrivata come un’eco disturbante influenzando soprattutto la scena di Bologna (Confusional Quartet e Tampax).
Oggi gli eredi moderni più significativi, ovvero artisti che continuano a usare il suono come arma di disturbo fuori dalle classifiche possono essere ricondotti a pochi nomi: Model/Actriz, Daughters, Special Interest (USA), Wow e Zu (Italia), Black Midi (UK).
Dal celebre (ed incompreso) No New York, manifesto della no wave, vi faccio ascoltare “Dish It Out” dei Contortions di James Chance (personaggio bizzarro che spesso scendeva dal palco per prendere a schiaffi il pubblico) mix perfetto di free jazz, rock e noise. Crudo e metallico. Un autentico capolavoro dadaista.

