Di Duilio Scalici
Uno degli abbonamenti che ultimamente apprezzo più di tutti è quello a MUBI. Tanto che, con una certa nonchalance, ho perfino disattivato quello a Spotify pur di concedermi questa piccola oasi cinefila. MUBI è una piattaforma meravigliosa: piena di titoli coraggiosi, spesso nemmeno doppiati, lasciati alla loro lingua originale e accompagnati solo da sottotitoli. Film che difficilmente troverebbero spazio nelle sale italiane. Ma poco male: ci pensa MUBI a salvarli dall’invisibilità.
Di recente mi sono imbattuto in We’re All Going to the World’s Fair, attirato da quella copertina così lo-fi, quasi ipnotica nella sua semplicità. E in effetti il film è esattamente ciò che promette: un’opera autenticamente underground, tanto nella regia quanto nel concept. Eppure, paradossalmente, è anche incredibilmente attuale. Un film fragile e magnetico allo stesso tempo, capace di essere inquietante, poetico e prezioso.
Si tratta dell’esordio di Jane Schoenbrun (di cui avevo già parlato recensendo il suo secondo film, I Saw the TV Glow). Non sapevo che fosse la sua opera prima, ma quando un autore possiede già una cifra stilistica forte e riconoscibile lo si percepisce quasi subito. Ed è stato proprio quello il momento in cui mi sono reso conto di chi ci fosse dietro la macchina da presa: bastano pochi minuti per riconoscere quello sguardo.
È un debutto che parte senza timidezze. Senza troppi virtuosismi tecnici, il film mette in scena qualcosa di diretto, crudo e profondamente umano: l’alienazione di una ragazza sola, annoiata, invisibile agli occhi del mondo. Una ragazza che si imbatte in uno strano gioco di ruolo horror online – anche se definirlo semplicemente così sarebbe terribilmente riduttivo. Per partecipare, inizia a registrare video: si riprende mentre dorme, mentre balla, mentre vaga in un parco, mentre lascia che la sua quotidianità scivoli davanti alla webcam. Poco a poco, la sua vita diventa materiale pubblico. E tra gli spettatori di quei video ci siamo anche noi. A un certo punto quasi ci dimentichiamo di stare guardando un film: sembra di spiare davvero l’esistenza fragile e solitaria di qualcuno dall’altra parte dello schermo.
Tra questi osservatori c’è anche un certo JLB, apparentemente un veterano del gioco, molto più grande di lei. Inizia a seguirla, a scriverle, a preoccuparsi. Si affeziona a quella presenza digitale e prova perfino a darle consigli su come sopravvivere al gioco – un gioco che promette trasformazioni, mutazioni, forse perfino la morte. E naturalmente è tutto finto. O forse no. Perché oggi capita sempre più spesso di sentirsi più vivi dietro uno schermo che in mezzo a una piazza affollata.
Guardando questo film e confrontandolo con I Saw the TV Glow, emerge con ancora più chiarezza quanto il tema della vita “attraverso” lo schermo sia centrale nel cinema di Schoenbrun. Un’ossessione che qui nasce in forma embrionale e che poi diventerà ancora più stratificata e potente. In filigrana si intravedono echi di David Cronenberg e, perché no, anche atmosfere da The Ring.
Ma ciò che colpisce davvero è la capacità di raccontare il presente – l’isolamento, la performance di sé online, il bisogno disperato di essere visti – attraverso una narrazione surreale, minimale e radicalmente indipendente.
Un debutto che dimostra quanto si possa fare con poco, quando dietro c’è uno sguardo autentico.
Tanto di cappello. E ora non resta che aspettare il prossimo film di Schoenbrun, che già dal trailer promette qualcosa di enorme.

Foto di copertina di Duilio Scalici.

