Lou Reed nasce a New York nel 1942 sotto il segno dei Pesci. Nel 1965 fonda con John Cale, Sterling Morrison e Maureen Tucker i Velvet Underground, una band che avrebbe cambiato tutto. Il loro disco d’esordio, The Velvet Underground & Nico (1967), con – appunto – la cantante tedesca Nico e quella banana sbucciabile disegnata da Andy Warhol in copertina, è un album seminale, uno dei più importanti di sempre: suona come una poesia tossica registrata in uno scantinato, e lo è. Come disse Brian Eno: “Solo poche migliaia di persone comprarono quel disco, ma tutte loro formarono una band.” Lou non è un chitarrista virtuoso, ma sa trasformare la chitarra in un’arma, un ronzio elettrico che taglia l’aria. La sua tecnica è un miscuglio di minimalismo e brutalità: pochi accordi, ripetuti fino all’ipnosi. Con brani come “Heroin” e “Sister Ray” apre la strada al punk, al noise e a tutta la musica che verrà dopo. Quando inizia la carriera solista, Lou passa dal buio dei sotterranei di New York ai riflettori del glam. Transformer (1972), prodotto da David Bowie e Mick Ronson, lo trasforma (letteralmente) in un’icona androgina e provocatoria. Ma subito dopo, invece di godersi il successo, fa quello che solo Lou Reed poteva fare: pubblica Berlin (1973), un concept album cupo e disperato su due amanti distrutti da droga e violenza. Un disco bellissimo e inascoltabile, accolto malissimo, troppo tragico persino per i tempi. Oggi è considerato un capolavoro: un’opera di crudeltà lirica e splendore decadente, come se Brecht avesse scoperto gli amplificatori. Nel 1975 arriva Metal Machine Music, quattro lati di rumore puro. Nessuna melodia, solo feedback. All’epoca lo accusarono di follia o di scherzo, in realtà era semplicemente Lou che portava la chitarra al punto di non ritorno. Da lì in poi continua a suonare come sempre: male, secondo i chitarristi, divinamente, per tutti gli altri (amanti del rock). Ci lascia nel 2013, fin troppo tardi – stando alla storia leggendaria del rock’n’roll – per un’icona di tale portata.

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Disegni di Maurizio Di Bona, testi di Stefano Scrima

